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24 gennaio 2019

CASO MORO

Le interferenze occulte nel caso Moro


Il delitto politico più importante del Novecento italiano porta i segni di un’azione perfetta per deviare il corso degli eventi: nella scelta dell’obiettivo, nelle sue modalità di realizzazione, nella scenografia, nei personaggi principali e nelle comparse. Pubblichiamo la postazione di Stefania Limiti al volume “Italia Occulta” di Giuliano Turone, in questi giorni in libreria edito da Chiarelettere. 

di Stefania Limiti 

Il momento giusto 

Il caso Moro è il paradigma, il miglior modello della destabilizzazione. L’archetipo, direbbe lo psicanalista. Il delitto politico più importante del Novecento italiano, infatti, porta i segni di un’azione perfetta per deviare il corso degli eventi: nella scelta dell’obiettivo, nelle sue modalità di realizzazione, nella scenografia, nei personaggi principali e nelle comparse. Tanto che Leonardo Sciascia nella sua insuperabile e immediata analisi (L’affaire Moro, ottobre 1978) pensa al cadavere del presidente della Dc citando Elias Canetti: «La frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto “al momento giusto”». Moro è stato ammazzato proprio quando la democrazia italiana stava sperimentando nuove strade verso il futuro, per superare una impasse che il partito popolare più policentrico e articolato dell’Occidente, la Dc, non sapeva più affrontare. Una sfida che il partito comunista più forte d’Europa, il Pci, aveva raccolto. 

Giuliano Turone in questo lavoro si propone di far conoscere anche alle giovani generazioni quella faccia del potere occulto che ha potuto osservare più da vicino di tutti noi, e ci ricorda che il «Piano di rinascita democratica» venne elaborato tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976. Vale a dire proprio quando il governo italiano era guidato da Aldo Moro, le cui aperture nei confronti della sinistra e dell’eurocomunismo di Enrico Berlinguer non furono mai accolte con entusiasmo né dagli ambienti della Nato (e dalle loro propaggini occulte) né dalla destra della Democrazia cristiana, rappresentata da Giulio Andreotti. 

Mentre matura l’assassinio politico di Aldo Moro, tra la fine del 1976 e l’inizio del 1977, si ha notizia della ricostituzione in forma articolata della P2, «risvegliata» già nel dicembre del 1971, come prova una circolare del gran maestro Lino Salvini, «per rafforzare ancor più il segreto di copertura indispensabile per proteggere tutti coloro che, per determinati motivi particolari inerenti al loro stato, devono restare occulti». [1] 

A metà degli anni Settanta la società italiana è in gran movimento e le prospettive di una modifica degli equilibri politici verso orizzonti progressisti sono molto concrete. La P2 irrompe clandestinamente nella scena con l’obiettivo di trasferire nelle sedi occulte i centri decisionali del potere. La loggia del «maestro venerabile» di Arezzo, in effetti, riesce a imporsi quando è il momento di ridisegnare tutti gli organici dei servizi segreti appena ristrutturati dalla recente legge di riforma. Nella P2 si ritrovano poi anche alti ufficiali dell’esercito, dell’aeronautica, della marina e dei carabinieri, ministri, parlamentari e politici di vari partiti (Dc, Psi, Psdi, Pli, Msi), alti magistrati (tra cui il procuratore generale di Roma Carmelo Spagnuolo), giornalisti, finanzieri come Roberto Calvi e Michele Sindona, imprenditori come il futuro presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. 

La loggia finanzia anche i terroristi neri, ma nessuna autorità giudiziaria o politica ha mai accolto la precisa accusa rivolta nella relazione finale della Commissione parlamentare sulla P2 della presidente Tina Anselmi, che esplicitamente indica nella loggia di Licio Gelli il motore finanziario di coloro che hanno eseguito la strage sul treno Italicus (agosto 1974). [2] Inoltre, la loggia finanzia gli stessi governi: Roberto Calvi, il finanziere a capo del Banco Ambrosiano trovato impiccato sotto il ponte dei Frati neri di Londra, raccontò a sua moglie che i soldi della P2 erano stati utilizzati per convincere i socialisti a entrare nel governo Cossiga dell’aprile del 1980, con tre ministri e cinque sottosegretari iscritti alla loggia. Esisteva una entità superiore – il vertice della piramide più volte ricordata nelle pagine di questo volume – che proteggeva lo stesso Gelli: infatti, in una riunione del 5 marzo 1971, dopo aver elencato gli argomenti all’ordine del giorno, nel riassunto del dibattito il «venerabile» scrive: «Nell’impossibilità di poter rispondere, giriamo questo quesito alla Sede centrale affinché, se lo riterrà opportuno, possa illuminarci a riguardo».[3] 

La campagna di primavera delle Br 

Quando le Brigate rosse, perseguendo la loro strategia rivoluzionaria di assalto allo Stato imperialista delle multinazionali, il Sim, avviano la Campagna di primavera – ossia l’insieme delle azioni armate contro la Democrazia cristiana che incarna totalmente e unicamente il Sim, dal loro punto di vista – Aldo Moro era già da tempo sotto i riflettori dell’attenzione internazionale. Da oltre un decennio, cioè da quando aveva tentato l’esperimento del centro-sinistra portando i socialisti nel governo e, soprattutto, portando al centro del Mediterraneo l’idea di Enrico Mattei e un protagonismo italiano che suscitavano irritazione e aperta ostilità nel mondo anglosassone. Ma le Br vanno per la loro strada, seguono il loro rigido schema ideologico, sembra non importargli chi sia Moro, cosa faccia Moro, chi siano i suoi amici e i suoi nemici. Avrebbero dovuto rapire Giulio Andreotti, se non avesse avuto una scorta rafforzata grazie ai suoi incarichi istituzionali. Scelgono Moro, l’unico tra i grandi leader della Democrazia cristiana mai sfiorato da sospetti di collaborazionismo con gli uomini della strategia della tensione. 

Il lavoro politico di Aldo Moro, invece, la sua originale visione della sovranità italiana e del nostro futuro, rendono l’Operazione Frezza, così la chiamavano le Br per il ciuffo bianco sulla testa dell’obiettivo, un incrocio di interessi politico-strategici, un nodo gordiano nella prospettiva degli equilibri di tutta l’area atlantica. Un momento terribilmente decisivo, nel quale la presenza brigatista diventa la sola visibile ma non più sola né centrale. Scriveva lucidamente Giuseppe De Lutiis che il significato dell’operazione di via Fani è andato ben oltre i confini italiani: tra il 1963 e il 1995 cadono, in circostanze diverse, i due Kennedy, Lumumba, Luther King, Allende, monsignor Romero, Sadat, Olof Palme, Indira Gandhi, Rabin. Questi delitti eccellenti sono stati decisi «in ambienti prossimi all’establishment internazionale, ambienti che possono scegliere l’esecutore materiale nell’area dell’estremismo politico o in quello della criminalità professionale, o addirittura in settori vicini a servizi segreti o a corpi speciali. Questo tipo particolare di delitto è difficilissimo da chiarire».[4] 

Tanto che il caso Moro, il groviglio di notizie certe e notizie false, indizi, piste finte o costruite ad arte, indagini non fatte per sciatteria o con più malizia, suggestioni e quant’altro, è così costellato di interferenze, di presenze invisibili, come lo sono i poteri occulti, da diventare inestricabile, un luogo simbolico in cui affogano tutti i lati irrisolti della nostra storia. Perché i fatti impressi nel nostro immaginario collettivo – la fuga delle auto dopo l’agguato, gli spari, la prigione, le ultime ore di vita di Moro, la dinamica della morte – sono una rappresentazione della realtà ma non la realtà: essi sono stati mediati dalla narrazione scritta dal brigatista Valerio Morucci su un tavolo al quale sedevano anche uomini politici e i servizi segreti. Il suo memoriale è una traslazione dei fatti, come ormai ha definitivamente accertato la Commissione d’inchiesta che ha svolto i suoi lavori nella XVII legislatura. Nel quarantennale della strage di via Fani si è sentita solo una timida voce a sussurrare finalmente una parola che potrebbe aprire uno squarcio: è quella di Adriana Faranda che dice a Ezio Mauro: «Avevamo discusso i dettagli, certo non il colpo di grazia» [5] inflitto poi agli agenti della scorta di Moro secondo un rituale assassino completamente estraneo alla pratica delle organizzazioni armate rosse. 

La P2 e il caso Moro 

È particolarmente illuminante quel che spiega Giuliano Turone a proposito del «Piano di rinascita democratica» e del suo obiettivo di rivitalizzazione del sistema: non è più tempo di golpe, a pochi passi dagli anni Ottanta, ma di interventi (apparentemente) leggeri per «sollecitare» tutti gli istituti che la Costituzione prevede e disciplina, dagli organi dello Stato ai partiti politici, alla stampa, ai sindacati, ai cittadini elettori. Magari si dovrà pensare necessariamente, in seguito, anche ad «alcuni ritocchi alla Costituzione successivi al restauro delle istituzioni fondamentali». Ma dopo che la «sollecitazione» – termine mutuato dall’ingegneria meccanica dove indica l’azione esterna messa in pratica per raggiungere un certo scopo, come opportunamente spiega Turone – è andata a buon fine, agendo su una struttura o su un sistema, insiste Turone, e ne ha modificato lo stato provocandone una deformazione. La P2 rinasce e si struttura per evitare un cambiamento politico indesiderato, per orientare le scelte del paese verso lidi più rassicuranti per gli equilibri atlantici. 

Cosa c’entra con il caso Moro? Intanto, non dimentichiamo quel che Licio Gelli disse nel 2011 nel corso di una intervista, e cioè che Moro era stato portato in un luogo vicino a via Fani e tenuto per almeno una decina di giorni in un garage di «quelli che vanno sottoterra».[6] Il riferimento è molto circostanziato. Solo la Commissione d’inchiesta sul caso Moro della XVII legislatura ha svolto una accurata indagine che ha messo in evidenza l’importanza cruciale, per il sequestro e il rilascio delle auto usate nell’agguato, di una palazzina, dotata di garage sotterranei dai quali era possibile accedere agli appartamenti, situata in via Massimi 91 e di proprietà dello Ior. È vero che già il giornalista di «OP» Mino Pecorelli aveva fatto riferimento in un famoso pezzo dal titolo Vergogna buffoni (16 gennaio 1979) a «un garage compiacente che ha ospitato le macchine servite nell’operazione», e che una informativa della guardia di finanza nell’immediatezza dei fatti parlava di una sede «extraterritoriale», vicina al luogo dell’agguato, come possibile punto di primo riparo. Ciononostante, l’affermazione di Gelli resta una testimonianza notevole se non inquietante. 

Del resto, il capo della guardia di finanza dell’epoca, Raffaele Giudice, era della P2 (tessera 1634). E poi ben undici dei dodici membri del cosiddetto Comitato di crisi, varato per direttiva dell’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga, sono della loggia massonica dell’aretino Gelli. Tra loro il criminologo Franco Ferracuti (tessera 2137), il direttore dell’ufficio affari riservati del Viminale Federico Umberto D’Amato (tessera 1620), il numero uno del Cesis Walter Pelosi (tessera 754), il capo di stato maggiore della marina Giovanni Torrisi (tessera 631), il numero due del Sismi Pietro Musumeci (tessera 487). Il Comitato non era un guscio vuoto, ebbe un ruolo fondamentale nel congelamento delle indagini, paralizzando la macchina investigativa, nel destituire la Procura di Roma durante i cinquantacinque giorni del sequestro e nel far passare per pazzo Aldo Moro. Non può essere Moro a scrivere, si disse delle sue lettere dove argomentava e proponeva una soluzione politica al sequestro. E gli amici dissero che era vero, non poteva essere lui. Il Comitato non chiuse le porte in faccia al mediatore, l’uomo inviato dal dipartimento di Stato per evitare il caos, il criminologo Steve Pieczenik, che spiegherà dopo tanti anni di essere venuto non per salvare Moro ma per creare il panico tra i rapitori, disorientarli.[7] Ci riuscì. 

Tutti i tentativi di intermediazione, infatti, tutte le possibilità di avviare una trattativa falliscono inspiegabilmente. Anzi, neanche iniziano. E le Br volevano trattare. Uno dei comunicati diffusi in quei giorni, il numero 6, reso noto il 15 aprile, annunciava la fine del processo a Moro e la sua condanna a morte, ma in realtà conteneva forti segnali di indirizzo opposto a quella conclusione apparentemente inappellabile. Tanto da affermare in modo diretto di aver preso la decisione di non diffondere pubblicamente il contenuto degli interrogatori, rimettendo all’avversario la scelta della strada da intraprendere: una chiara disponibilità a trattare, sia sulle carte sia sull’ostaggio. 

In una drammatica telefonata fatta qualche giorno prima del 9 maggio (giorno della tragica conclusione del sequestro), Valerio Morucci dice a don Antonello Mennini, parroco amico di Aldo Moro: «Dica alla signora Moro che non riusciamo ad aprire quel contatto! Ha capito? Le dica che non siamo stati contattati da nessuno!». A metà aprile Francesco Cossiga, il ministro dell’Interno, sfuggendo alla supervisione del criminologo, chiese al suo amico Giuseppe Zamberletti di incontrare insieme al colonnello Varisco (poi ucciso dalle stesse Br) esponenti dissidenti delle Brigate rosse con i quali era entrata in contatto l’Arma dei carabinieri di Milano. Non si è mai capito, né Zamberletti, più volte richiesto dall’autrice, ha mai saputo spiegare perché l’incontro non si fece, chi diede lo stop. Così fu per un altro esponente della Dc, Guido Bodrato, che attese invano un pomeriggio presso la sede della Caritas una telefonata per avviare un dialogo con i rapitori. 

Una montagna di soldi per Moro 

E come poté abortire la più potente iniziativa, quella di Paolo VI, il papa amico di Moro? C’erano tanti soldi in ballo. Pensate a questa scena, raccontata da monsignor Fabio Fabbri, segretario di don Cesare Curioni, responsabile dei cappellani carcerari; siamo a Castelgandolfo, residenza pontificia, 6 maggio 1978. Aldo Moro è prigioniero delle Brigate rosse da oltre cinquanta giorni. In una di quelle stanze Paolo VI parla con monsignor Cesare. D’improvviso il papa, dice Fabbri che era lì, si avvicina a una consolle coperta con un panno di ciniglia azzurra e solleva un lembo: compare una montagna di soldi, mazzette di dollari, con fascette di una banca ebraica, del valore di circa 10 miliardi di lire, messi a disposizione per il riscatto. Da dove provenivano tutti quei soldi? E, rimasti inutilizzati, dove finirono? Nessuno lo sa. Don Curioni è morto nel 1996 senza che quel mistero fosse svelato, monsignor Fabbri ha detto di non saperlo. Fabbri ha però detto che non provenivano dallo Ior. 

E poi ci fu il tentativo del «confessionale», quello di padre Enrico Zucca, il cappellano dell’Anello, il servizio segreto clandestino più volte richiamato da Giuliano Turone. All’epoca del sequestro Moro, padre Zucca era un vecchio frate con nostalgie per il Ventennio. Non molto tempo dopo sarebbe morto, il 15 luglio del 1979. La sua salute era malferma ma avrebbe fatto volentieri un favore al suo papa. Raccontò lui stesso a un settimanale, [8] pochi giorni dopo il 9 maggio, delle trattative avviate e fallite inspiegabilmente a un passo dalla fine. 

La personale storia di relazioni e conoscenze consentì a padre Zucca di tentare una via per la salvezza di Aldo Moro, informando del suo progetto anche la famiglia del rapito. Il frate era in grado di ottenere un’ingente somma di denaro che avrebbe permesso di pagare un riscatto in cambio della vita di Moro: tramite la Fondazione Balzan, un’organizzazione che gestiva i lasciti depositati in Svizzera dalla omonima famiglia, stimati all’epoca in circa 70 miliardi di lire, assicurava di raccogliere, tra imprenditori di spicco – tra cui si fecero i nomi di Nando Peretti, presidente dell’Api, Armando Piaggio e Carlo Pesenti –, 50 milioni di dollari da offrire alle Brigate rosse in cambio della libertà di Moro. La sua influenza gli consentiva inoltre di rivolgersi direttamente al presidente del Consiglio Giulio Andreotti, al quale scrisse almeno un paio di lettere. L’incontro rivelato da padre Zucca avvenne a Milano nella prima fase del sequestro, il 28 marzo. 

Ma anche lui fallì. Una dura sconfitta che, forse, affrettò la sua dipartita, avvenuta quasi un anno dopo, non prima di aver rivelato tutte le sue mosse, dettaglio per dettaglio, in quei due articoli che hanno svelato l’intraprendenza del priore. E non è tutto qui. I contatti tra padre Zucca e i brigatisti vennero monitorati dai servizi segreti,[9] ma nessuna indagine venne fatta sugli emissari dei rapitori. Quell’informazione fu invece taciuta e, dunque, mai utilizzata: solo un anno dopo il Sisde sollecitò il proprio centro di Milano ad acquisire notizie sul religioso e sui suoi contatti con i rapitori di Moro. Un intervento decisamente tardivo. 

Nessun organo inquirente, mai nessun magistrato, mai nessuna commissione parlamentare d’inchiesta sono stati informati ufficialmente delle trattative che sarebbero nate dalla intermediazione del priore dell’Angelicum, nessuno poté mai chiedergli spiegazioni finché era in vita, né indagare subito dopo. 

La circostanza è così irragionevole che possiamo legittimamente ritenere che l’emersione pubblica della fallita trattativa di padre Zucca avrebbe comportato il rischio che venisse svelato l’Anello. Ma l’esistenza di questa agenzia clandestina era un segreto che apparteneva ai sottofondi della Repubblica. Nessuno l’aveva mai ufficializzata, era stata usata sempre per i lavori sporchi, i suoi membri erano ex fascisti o informatori mercenari, gente «non presentabile» la quale, tuttavia, entrava e usciva dalle stanze del potere restando sempre invisibile. 

Quale interferenza praticò l’Anello nel caso Moro? 

Questa struttura aveva una capacità altissima di raccogliere informazioni, grazie a una consolidata rete di persone legate da un patto postfascista sottoscritto all’alba della Repubblica. La assoluta informalità del gruppo non impedì mai l’alto livello informativo, tanto che Adalberto Titta, una specie di coordinatore del servizio, fu in grado di assicurare a un suo membro, Michele Ristuccia, che il Comunicato numero 7 delle Brigate rosse – «Lo abbiamo ammazzato, andate a prendere il cadavere del presidente sul fondo del lago della Duchessa» – era falso.[10] E lo fece appena fu reso noto, tanto che Ristuccia, a sua volta, disse al segretario generale della Fiera di Milano, dove egli lavorava, di non sospendere nulla, quel giorno non c’erano lutti da onorare. Intanto il ministero dell’Interno, è bene ricordarlo, inviava sul luogo decine di uomini, sommozzatori, cani poliziotto, elicotteri e dava ordine di bucare lo strato di ghiaccio che copriva il lago e tutto il paese stette ore e ore con il fiato sospeso. 

Afferma lo stesso Ristuccia che Titta gli aveva detto prima del 16 marzo che Moro correva seri rischi di sequestro. Non era certo l’unico ad aver avuto quella soffiata: sappiamo che l’allarme per la sicurezza del presidente della Dc era giunto a diverse orecchie, come racconta ogni antologia del caso. Di certo sono interessanti due circostanze: il 15 marzo arrivò al centro dei servizi segreti di Bari, tramite un detenuto, Salvatore Senatore, la notizia di un’azione contro Moro, ma la segnalazione fu congelata, restò nel cassetto; e proprio in quella città, Bari, stando alle parole dello stesso Ristuccia,[11] già nel 1977, intorno a settembre, nella lussuosa villa di un politico, si sarebbe svolta una riunione segretissima fra Titta, alcuni suoi fidati collaboratori e importanti funzionari dell’amministrazione statunitense e italiana. L’oggetto dell’incontro era la supervisione della situazione italiana e, in particolare, delle mosse politiche di Aldo Moro, considerato notoriamente e da tempo non affidabile e pericoloso per la stabilità degli interessi statunitensi. 

Purtroppo molte di queste piste investigative, scoperte pubblicamente molto tardi, non sono mai state perseguite. L’Anello, potremmo dire con una metafora, ha attraversato tangenzialmente i cinquantacinque giorni. Raccolte le informazioni, svolto il monitoraggio della situazione, non fu attivato per liberare Moro: l’iniziativa di padre Zucca risulta essere stata personale e solitaria. Una inerzia perfettamente allineata a quella di tutti gli organi investigativi – durante i cinquantacinque giorni – e del tutto aderente ai diversi segnali di stop dati ai vertici di Cosa Nostra, ’ndrangheta e camorra, pronti a barattare grandi benefici in cambio dell’aiuto nelle ricerche di Aldo Moro. 

È inaudito che i vertici del Sismi abbiano creato un team speciale per la gestione del caso Moro completamente segreto [12] e che nessuno abbia mai avuto nulla da dire nel corso degli anni, a parte il deputato di Democrazia proletaria Luigi Cipriani che lo denunciò. Si chiamava ufficio controllo e sicurezza e aveva sede a Roma, precisamente a Forte Braschi, all’interno del palazzo del Sismi, dove Titta era di casa. La direzione era stata affidata al generale piduista Pietro Musumeci, nel gruppo c’era il colonnello Camillo Guglielmi che non era all’epoca ufficialmente negli organici del Sismi ma operava a Modena nella Quarta brigata dei carabinieri: quest’ultimo, come è noto, si trovò a passare in via Fani proprio in prossimità dell’agguato. Il gruppo «scelto» era stato voluto dal capo del Sismi Santovito, altro piduista, e il vicedirettore era Abelardo Mei, amico d’infanzia di Titta. Anche il colonnello Belmonte era della squadra. Solo poco tempo dopo, nell’aprile del 1981, Titta, Mei, Belmonte e Musumeci entrarono in azione per liberare l’assessore campano della Democrazia cristiana Ciro Cirillo, rapito dalla colonna napoletana delle Br di Giovanni Senzani. Quella volta le trattative si aprirono subito e divennero una fogna a cielo aperto, dove servizi segreti, camorra e brigatisti strinsero patti mai resi noti con una impressionante scia di morti ammazzati. 

Anche il cuore di Adalberto Titta saltò subito dopo, il 27 novembre di quell’anno (chissà se la sua morte è su quella scia). Nell’ospedale della città di Orvieto dove venne ricoverato accorsero subito ufficiali di vari ordini e gradi. La sera prima aveva cenato con il colonnello Federigo Mannucci Benincasa, ufficiale dei carabinieri che entrò a far parte del Sifar nel giugno del 1965 e che assunse la direzione del Centro controspionaggio di Firenze il 16 giugno del 1971. Lasciò quell’incarico nel marzo del 1991, dopo diciannove anni e nove mesi, caso forse unico nel servizio segreto, divenuto nel frattempo dapprima Sid e poi Sismi. Benincasa non disse di quella cena agli investigatori del Ros che cercavano di mettere insieme il puzzle dell’Anello, struttura che mostrò di non conoscere. Forse, parlando dell’incontro serale, l’alto ufficiale avrebbe poi dovuto inesorabilmente spiegare altri dettagli. Ma non lo fece. 

Sull’esistenza dell’Anello ora non ci sono dubbi ma di certo avremmo capito molto di più da una leale collaborazione di molti uomini dello Stato. Anche del caso Moro. Invece siamo fermi alle parole di Sciascia, che pasolinianamente scrive: «In Italia, di ogni mistero criminale molti conoscono la soluzione, i colpevoli, ma mai la soluzione diventa ufficiale e mai i colpevoli vengono, come si suol dire, assicurati alla giustizia»

NOTE 

1) Commissione P2, Relazione Anselmi, p. 16. 

2) «Gli accertamenti compiuti dai giudici bolognesi […], quando vengano integrati con ulteriori elementi in possesso della Commissione, [consentono di] affermare: 1) che la strage dell’Italicus è ascrivibile a una organizzazione terroristica di ispirazione neofascista o neonazista operante in Toscana; 2) che la loggia P2 svolse opera di istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti dei gruppi della destra extraparlamentare toscana; 3) che la loggia P2 è quindi gravemente coinvolta nella strage dell’Italicus e può ritenersene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale. […] Già nella sentenza-ordinanza bolognese di rinvio a giudizio si leggeva: “Dati, fatti e circostanze autorizzano l’interprete a fondatamente ritenere essere quella istituzione [la loggia P2 n.d.a.], all’epoca degli eventi considerati, il più dotato di pericolosi e validi strumenti di eversione politica e morale” […] Più puntualmente nella sentenza pur assolutoria d’Assise si legge: “[…] La tesi ha trovato nel processo, soprattutto con riferimento alla ben nota loggia massonica P2, gravi e sconcertanti riscontri […]. Risulta adeguatamente dimostrato: 

a) come la loggia P2, e per essa il suo capo Gelli Licio […], nutrissero evidenti propensioni al golpismo; b) come tale formazione aiutasse e finanziasse non solo esponenti della destra parlamentare […], ma anche giovani della destra extraparlamentare, quanto meno di Arezzo (ove risiedeva appunto il Gelli); c) come esponenti non identificati della massoneria avessero offerto alla dirigenza di Ordine nuovo la cospicua cifra di 

L. 50 milioni al dichiarato scopo di finanziare il giornale del movimento (si vedano sul punto le deposizioni di Marco Affatigato, il quale ha specificato essere stata tale offerta declinata da Clemente Graziani); d) come nel periodo ottobre-novembre 1972 un sedicente massone della ‘loggia del Gesù’ ([…] poi fusasi con quella di Palazzo Giustiniani), […] avesse cercato di spingere gli ordinovisti di Lucca a compiere atti di terrorismo, promettendo a Tomei e ad Affatigato armi, esplosivi e una sovvenzione di L. 500.000, […essendo probabile] che anche tale fantomatico massone appartenesse alla loggia P2” […]. Concludono peraltro malinconicamente i giudici bolognesi con la constatazione di un limite invalicabile alla loro indagine, costituito dal fatto che “l’imputazione riguarda solo esecutori materiali e non, ahimè, lontani mandanti”» (Commissione P2, Relazione Anselmi, pp. 93-95). 

3) Atti dell’inchiesta sul traffico d’armi del giudice Carlo Palermo, in Antonio Cipriani e Gianni Cipriani, Sovranità limitata. Storia dell’eversione atlantica in Italia, Edizioni associate, Roma 1991, p. 188. 

4) Giuseppe De Lutiis, Il golpe di via Fani. Protezioni occulte e connivenze internazionali dietro il caso Moro, Sperling & Kupfer, Milano 2007. 

5) Intervista di Ezio Mauro a Adriana Faranda per lo speciale andato in onda il 16 marzo del 2018 su Rai Tre. 

6) Intervista del 2011 di Giancarlo Feliziani a Licio Gelli, trasmessa dal canale La7 il 18 dicembre 2015. 

7) Emmanuel Amara, Abbiamo ucciso Aldo Moro. Dopo trent’anni un protagonista esce dall’ombra, Cooper, Roma 2008. 

8) Mario La Ferla, Se Curcio gradisse un po’ di miliardi, «l’Espresso», 28 maggio 1978; Id., Padre Zucca non fa colpi di testa, «l’Espresso», 4 giugno 1978. 

9) Come prova un appunto del 4 aprile 1978, indirizzato al dottor Silvano Russomanno – il pupillo del potente Umberto Federico D’Amato, all’epoca vicecapo del servizio informazioni interno – secondo cui il 31 marzo del 1978 padre Zucca aveva confidato a un amico di essere stato avvicinato da una persona che gli aveva chiesto se fosse stato disposto a fare da tramite per trattative future con le Brigate rosse, e che il frate era disponibile a svolgere l’arduo e doveroso compito e a seguire l’evolversi della vicenda. 

10) «Ricordo che lo stesso giorno in cui si seppe che nel lago della Duchessa sarebbe stato trovato il cadavere di Moro, il Titta mi disse in tempo reale che si trattava di una “bufala”. Ciò, ovviamente, me lo disse prima che ci fosse la smentita. Lui abitava in via Mussi che era a due passi dalla Fiera ove io quel giorno mi trovavo. Ricordo che era aprile e c’era la Fiera aperta. Ricordo molto bene questo particolare perché, quando i media dettero la notizia, il segretario generale della Fiera, Franci, aveva manifestato l’intenzione di sospendere l’evento e di proclamare il lutto. Io allora telefonai a Titta che venne a trovarmi subito e mi disse: “Di’ a Franci di non farsi problemi, è tutta una bufala”» (Inchiesta della Procura di Brescia sulla strage di piazza della Loggia, dichiarazione di Michele Ristuccia al Ros, 9 dicembre 1998). 

11) Stefania Limiti, L’Anello della Repubblica, Chiarelettere, Milano, Premessa all’edizione del 2014. 

12) Ivi, p. 183.

(16 gennaio 2019)




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2 gennaio 2019

BUON 2019 A TUTTI!

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23 novembre 2018

LIMES


20181123-MAPPA

Carta di Laura Canali.

Il riassunto geopolitico degli ultimi 7 giorni.

a cura di 

LA CINA NELL’INDO-PACIFICO
La settimana nell’Indo-Pacifico si è aperta sulla scia dello scontro tra Usa e Cina in sede Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation), che per la prima volta ha concluso il vertice annuale senza addivenire a un accordo tra i 21 membri del consesso.
Il meeting è stato segnato dallo iato tra la narrazione di Pechino, ertasi ad alfiere della globalizzazione, e quella di Washington, che ha criticato aspramente le nuove vie della seta cinesi. L’incancrenimento dei rapporti fra l’attore egemone e il suo principale sfidante si riverbera sullo scacchiere Indo-Pacifico spingendo Usa, Cina e gli altri protagonisti (dall’India alle nazioni del Sudest asiatico e dell’Oceano Indiano) a muovere sulla scena geopolitica regionale.
La Repubblica Popolare cerca di rinsaldare i rapporti con le Filippine, dove si è recato in visita un presidente cinese per la prima volta in 13 anni. L’incontro fra il leader cinese Xi Jinping e quello filippino Rodrigo Duterte non cancella però l’equilibrismo di Manila. Il Celeste Impero è al contempo principale partner commerciale delle Filippine e rivale nelle rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale, mentre Washington suo imprescindibile alleato militare – al di là dello scenografico bilaterale e della retorica filo-cinese sfoggiata durante il vertice Apec. Viste l’assertività navale della Cina e le dispute marittime che gravano sui rapporti sino-filippini, nonché la presenza jihadista nel Sud del paese.
Proprio l’assertività cinese in quello che considera mare suum è al centro dell’opposizione del Vietnam, che ha chiesto a Pechino di sospendere l’edificazione di nuove installazioni a uso civile e militare in un isolotto dell’arcipelago delle Spratly, controllato da Pechino e sul quale vantano pretese Vietnam, Malaysia, Filippine, Taiwan. Da qui il rafforzamento della collaborazione securitaria con paesi impegnati nel contenimento della Repubblica Popolare e nel mantenimento del bilanciamento di potenza nell’Indo-Pacifico quali Usa e India. Ma come gli altri paesi dell’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico (Asean) e financo Delhi, Hanoi deve bilanciare la reazione alle manovre cinesi con i sostanziali rapporti economici con la Repubblica Popolare, suo primo socio commerciale.
L’India, dal canto suo, si sta spendendo per controbilanciare la presenza politica, economica e militare della Cina a cavallo tra oceani Pacifico e Indiano, percependosi oggetto di un accerchiamento nel suo tradizionale retroterra strategico. Ecco spiegata la presenza del premier indiano Narendra Modi alla cerimonia d’insediamento del neopresidente delle Maldive Ibrahim Mohamed Solih, intenzionato a rivedere gli accordi economici siglati con Pechino.


CON GLI USA, CONTRO IL VENEZUELA
La settimana in America Latina ha visto intensificarsi la pressione sul Venezuela e il dialogo tra gli Stati Uniti e il Brasile del presidente eletto Jair Bolsonaro, che riceverà il consigliere alla Sicurezza nazionale Usa John Bolton la prossima settimana a Rio de Janeiro.
Il vertice servirà a rinsaldare la collaborazione per “espandere democrazia e prosperità nell’emisfero occidentale”, come ha dichiarato Bolton, facendo leva sull’approccio agli affari regionali promesso in campagna elettorale dall’ex capitano dell’esercito brasiliano, conservatore e ammiratore di Donald Trump.
Al centro delle discussioni sarà l’abbozzo di una strategia comune contro il Venezuela e l’alleata Cuba, entrambe al centro degli strali di Bolsonaro. Caracas, in particolare, deve fronteggiare il crescente isolamento da parte di vicini, consessi regionali e capitali occidentali – da ultimo, il presidente della Colombia (primo partner di Washington in Sudamerica) Iván Duque ha affermato che da gennaio interromperà le relazioni diplomatiche con Caracas. Mentre le disastrate finanze di Caracas sono per ora tenute a galla dall’interessata disponibilità di Cina e Russia, che garantiscono (assieme a Cuba, Bolivia, Nicaragua, Iran, Turchia) a Maduro anche un esiguo margine di manovra diplomatico. Non a caso, nel corso del bilaterale Usa-Brasile si affronterà anche il tema della penetrazione in America Latina della Repubblica Popolare, che l’amministrazione Trump intende arginare. Un approccio simile a quello vagheggiato da Bolsonaro nella corsa alla presidenza, che però sconta limiti derivanti dai rapporti commerciali e finanziari che il gigante verdeoro intrattiene con Pechino. 

Intanto i media Usa hanno riferito che Washington sta per inscrivere Caracas nella lista degli Stati sponsor del terrorismo. Una mossa in linea con la strategia trumpiana della “massima pressione”, tradottasi negli ultimi mesi nel sanzionamento di figure chiave della cerchia del capo di Stato venezuelano e dell’interscambio commerciale di Caracas afferente l’oro e “qualsiasi altro settore dell’economia”. La nuova stretta potrebbe essere propredeutica all’imposizione di ulteriori restrizioni alle transazioni finanziarie e commerciali venezuelane. Un approccio che Maduro qualifica come “guerra economica” orchestrata dall’imperialismo nordamericano in combutta con le destre e le oligarchie locali, mentre si acuisce la crisi socio-economica e migratoria del Venezuela.


LA SETTIMANA DELL’EURO(PA) [di Federico Petroni]

È una settimana intesa a Bruxelles. Il presente è d’obbligo visto il protrarsi delle trattative fra Londra e l’Ue sull’accordo di uscita del Regno Unito, anche a causa dell’intervento a gamba tesa della Spagna, che sta provando a cogliere la palla al balzo per strappare concessioni su Gibilterra. In ogni caso, l’appuntamento decisivo per il Brexit sarà il voto del parlamento britannico, cui il governo di Theresa May spera di sopravvivere avendo strappato all’Europa una dichiarazione molto flessibile sui futuri rapporti bilaterali e chiarendo che non si può strappare un divorzio migliore di così.

Sul fronte dell’euro, l’Ue sta cercando come può (come glielo lasciano fare i suoi membri) di dotarsi di strumenti per sopravvivere alla prossima recessione, se non a una vera e propria crisi. In quest’ottica vanno letti il via libera a un bilancio per l’Eurozona (seppur azzoppato rispetto all’iniziale proposta francese), la trasformazione in corso del fondo emergenziale “salva-Stati” in un vero e proprio fondo monetario continentale, il rilancio tedesco delle trattative sull’unione bancaria. E, non da ultimo, la seconda bocciatura del bilancio dell’Italia da parte della Commissione Europea. La simultaneità fra questi sviluppi indica che i paesi leader dell’Ue tengono il punto con Roma perché stanno materialmente scrivendo le regole su chi potrà e chi non potrà attingere alle risorse comuni in caso di difficoltà.

Sul versante della Difesa, le novità sono interessanti e lodevoli (specie la scuola per l’intelligence), ma sono anche talmente particolari e spezzettate da non rendere neanche immaginabile il momento in cui l’Ue potrà dire di essersi dotata di Forze armate comuni, tantomeno autonome.


IL GRANDE GIOCO IN GROENLANDIA [di Federico Petroni]

La Danimarca sta rafforzando la proiezione della sovranità sulla Groenlandia. Da anni l’isola più grande del mondo flirta con l’indipendenza, anche attirata dalle sirene cinesi che promettono investimenti infrastrutturali e nel settore minerario.

Così, nella sua nuova strategia di politica estera e di sicurezza, Copenhagen si dichiara pronta a tornare a investire sul suo dominio più settentrionale potenziando la sorveglianza, la ricerca e il soccorso in mare, aprendovi un centro scientifico per l’Artico, estendendo a tutta l’isola i bollettini meteorologici e per il ghiaccio per diffondere opportunità di navigazione e turistiche. A sospingere questo ritorno di fiamma è il timore che in Groenlandia penetri la Repubblica Popolare. La Danimarca è intervenuta bloccando l’appaltamento ad aziende cinesi dell’ampliamento di un aeroporto, sobbarcandosi l’opera.

La vicenda è interessante anche per il ruolo degli Stati Uniti, per cui l’isola è cruciale nella difesa del Nordamerica – lo testimonia l’importante base radar e di preallarme missilistico di Thule, la più settentrionale del mondo nonché unico porto in mare aperto degli Usa nell’Artico. Sin dall’inizio della guerra fredda, Washington indulge sugli scarsi contributi di Copenhagen alle spese della Nato in cambio della garanzia del controllo sulla Groenlandia. Non è un caso che, contestualmente al divieto danese ai fondi cinesi, il Pentagono abbia annunciato che investirà in infrastrutture a uso civile e militare nell’isola.


L’OPA ROMENA SULLA MOLDOVA [di Mirko Mussetti]

Il summit intergovernativo tra Romania e Moldova di giovedì ha segnato passi rilevanti nel processo di integrazione socio-economica delle due nazioni rumenofone. Ma i risultati ottenuti rappresentano anche una sostanziale escalation dello scontro istituzionale in atto nella piccola repubblica post-sovietica; sconfessano infatti l’orientamento internazionale auspicato dal filo-russo capo dello Stato Igor Dodon, minandone la credibilità.

In uno dei suoi frequenti viaggi a Mosca, mercoledì il presidente moldavo teneva un discorso alla Duma in cui elogiava il prezioso ruolo di peacekeeping delle truppe di Mosca in Transnistria e si ergeva a difensore della lingua russa in Moldova.

Ma se le funzioni costituzionalmente conferite alla presidenza moldava sono poco più che rappresentative, soprattutto in politica estera, quelle dell’esecutivo sono concrete. E la risposta del governo di Chisinau va nella direzione opposta alle indicazioni presidenziali. Sono numerose le intese firmate con Bucarest in materia di cooperazione economica, energetica, securitaria, sanitaria, culturale e delle telecomunicazioni. In campo geopolitico spiccano gli accordi per la costituzione di battaglioni moldo-romeni e l’istituzione di squadre miste per il controllo delle frontiere. Un colpo duro al concetto di “neutralità costituzionale” in veste filo-russa propugnata da Dodon.

Intanto la compagnia statale romena Transgaz ha stanziato 152 milioni di euro (di cui 46 dai fondi di coesione comunitari) per la realizzazione di condutture capaci di trasportare circa due miliardi di metri cubi di gas all’anno verso la Moldova. L’obiettivo romeno è politico e strategico. Bucarest vuole inondare il vicino con il proprio gas a prezzi politici contenuti, annullando la dipendenza della piccola nazione dal gas russo. Questo sarà l’ultimo inverno nel quale Chisinau dovrà far esclusivo affidamento sui transiti di gas attraverso l’Ucraina.

Il premier moldavo Pavel Filip, non un fervido unionista, incontrando l’omologo romeno ha però commisurato bene le parole: “desideriamo l’Unirea attraverso le interconnessioni infrastrutturali, non mediante dichiarazioni di Stato”. E su tali progetti incombe l’Autostrada dell’Unione (Târgu Mure?-Ia?i-Ungheni), emblematico tragitto del leggendario uro moldavo e simbolo di una Romania moderna che vuole consolidare l’unione degli storici principati.


MORTI, ERGASTOLI E ALLEANZE  [da Lo Strillone di Beirut di giovedì]
Il presidente Usa Donald Trump ha ringraziato l’Arabia Saudita per aver calibrato nuovamente al ribasso il prezzo del petrolio e nel suo messaggio a Riyad non ha ovviamente menzionato il caso di Jamal Khashoggi, il giornalista saudita ucciso il 2 ottobre nel consolato saudita di Istanbul per l’omicidio del quale la Cia accusa il principe ereditario Mohammed bin Salman, uomo forte di Riyad.
Nelle stesse ore, il ricercatore britannico Matthew Hedges, 31 anni, veniva condannato in primo grado negli Emirati Arabi Uniti all’ergastolo (25 anni di detenzione secondo l’ordinamento emiratino) perché riconosciuto colpevole di spionaggio a favore dei servizi di intelligence di Sua Maestà. Solo dieci giorni fa, il ministro degli Esteri britannico Jeremy Hunt si era recato in visita ad Abu Dhabi per parlare, prima di tutto, del caso del giovane ricercatore. Nelle dichiarazioni seguite alla condanna in primo grado, Hunt afferma di essere rimasto sbigottito. Ad Abu Dhabi aveva ricevuto rassicurazioni e non minacce, evidentemente.
La potenza energetica saudita, la posizione geopolitica dei due paesi del Golfo, la loro forza negli investimenti e la graduale espansione economica-commerciale degli Emirati ben oltre l’Oceano Indiano fanno sì che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si trovino a dover subire le decisioni di Riyad e Abu Dhabi. Corsi e ricorsi della storia: prima Londra, in epoca moderna e fino alla Seconda guerra mondiale, poi Washington, dopo il secondo confitto mondiale, hanno svolto un ruolo di potenze coloniali nei confronti dei regimi arabi del Golfo. Le élite di questi due paesi si sono formate prima di tutto nelle accademie militari e politiche della sfera anglosassone.

L’alleanza di Usa e Gran Bretagna con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti è strategica. Nel lungo termine. Per questo l’omicidio di Khashoggi e la vicenda di Hedges non potranno metterla in discussione.




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22 ottobre 2018

BACCANALE AD ALBA

https://ilcorriere.net/turisti-da-tutto-il-mondo-al-baccanale-del-tartufo-fotogallery/




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12 settembre 2018

L'ANDAZZO DEL VEZZO

La lingua che cambia: l’andazzo del vezzo


Da “(Elisa)Betta”, “(Vinc)Enzo”, “(Cate)Rina” e “(Ales)Sandro” a “Gabri(ele/ella)”, “Ele(onora)”, “Ale(ssio/a o ssandro/a)”, “Fede(rico/a)”. Sui vezzeggiativi italiani si è abbattuto, da qualche decennio, un cataclisma. I loro connotati ne sono usciti profondamente mutati. E, insieme al panorama onomastico, rischia di cambiare anche la nazione linguistica italiana. 

di Nunzio La Fauci

Presto al mattino, accompagnata dallo zio Enzo (sempre che lo zio Enzo non fosse per mare: comandava piroscafi), la zia Nora andava a fare la spesa al mercato. Si fermava dal signor Menico, che teneva un banchetto di frutta e verdura, e, non tutti i giorni, da Berto, il macellaio. Non era bigotta, ma non passava venerdì che non facesse visita al giovane Tano, per misura tanto pia quanto dietetica (diceva). Scaricato il frutto di una nottata di lavoro dalla sua barca, questi lo metteva in bella mostra, sulla banchina del porto, in un paio di cassette.

A Tonio e Cettina, i ragazzi di zia Nora e zio Enzo, il venerdì di magro non sempre era gradito ma, ancora prima di farsi adulti, la sua domestica ritualità era divenuta amabile. Esperienza del resto comune anche ai loro coetanei e compagni di giochi, Vanni e Tilde, figli dei vicini di casa Renzo e Rina, e ai loro cugini Sandro e Betta, che venivano spesso a trovarli. La questione non riguardava né Cesco né Lando né Baldo, ragazzacci di strada e occasionali membri della brigata. I genitori Saro e Nilla non volevano dare loro un’educazione laica: lì, la dieta di magro vigeva quasi tutti i giorni della settimana.

Sessanta anni dopo, nella stessa città, come ogni venerdì sera, Gabri ed Ele stanno preparandosi a uscire. Il loro primogenito, Ale, e Fede, la minore, hanno già finito di cenare. A metterli a letto penserà Giuli, la baby-sitter, che ha appena suonato alla porta. La moto di Vale, il ragazzo che l’ha accompagnata e verrà a riprenderla al loro ritorno, si allontana rombando. Squilla il telefono. È Franci. Col marito Ferdi, li aspetta per le ventuno davanti al ristorante. Alla compagnia si aggiungeranno anche Marghe e Robi, previsti però in ritardo. La loro bimba, Sabri, ha fatto le bizze e hanno durato fatica a convincerla a trasferirsi per la notte dai nonni, Dani e Caro, ancora molto in gamba, che una coppia di vecchi amici, Simo e Samu, raggiungerà a breve, per fare due chiacchiere in terrazza, bevendo qualcosa.

Sui vezzeggiativi italiani si è abbattuto, da qualche decennio, un cataclisma. I loro connotati ne sono usciti profondamente mutati, non a casaccio però. In modo regolare e sistematico. Non c’è parlante che non possa dare testimonianza di questa variazione: difficile non la si sia notata. Al massimo, si può aver fatto finta di niente, conformandosi all’andazzo. È certo discutibile la celebre e provocatoria conclusione di Barthes che vuole la lingua “fascista”. Lo è meno l’osservazione che la fonda: è certo infatti che la lingua imponga più di quanto non impedisca di dire. Ed è sopra tale esigenza intrinseca di conformità comunicativa, priva per se stessa di implicazioni politiche, che il conformismo trova modo di crescere pericolosamente, ove non tenuto sotto controllo, anzitutto da ciascuno/a in se stesso/a. Non c’è infatti deriva sociolinguistica che non abbia una radice psicolinguistica o, come capita sia stato detto tra gli studiosi, non c’è fatto di “langue” che non prenda origine da una circostanza della “parole”.

Si è provato in esordio a ricordare i termini della questione dei vezzeggiativi e a rendere le forme di un tempo più evidenti di come non siano magari state o non siano nella memoria di chi ha ormai una certa età. Il vecchio sistema vigeva da secoli e si realizzava variamente. Per esemplificare, qui se ne è messo sotto gli occhi di chi legge solo uno, molto diffuso e rilevante. L’ipocoristico (così, in linguistica, si designa tecnicamente il vezzeggiativo) vi si produceva in funzione della sillaba accentata. Esso andava da lì in avanti, verso la fine del nome nella sua forma paradigmatica: “(Eleo)Nora”, “(Vinc)Enzo”, “(Do)Menico”, “(An)Tonio”, “(Gae)Tano”, “(Con)Cettina”, “(Ales)Sandro”, “(Elisa)Betta”, “(Gio)Vanni,” “(Ma)Tilde”, “(Lo)Renzo”, “(Cate)Rina”, “(Fran)Cesco”, “(Or)Lando”, “(Ro)Berto”, “(Rin)Aldo”, “(Ro)Sar(i)o”, “(Petro)Nilla” e così via.

Ai vecchi modi di produzione, ormai da parecchio tempo se ne è sovrapposto uno nuovo. L’enfasi sta sul principio del nome, sia o non sia accentata la sua prima sillaba. Se non lo è, l’accento vi si ritrae. Segue la seconda sillaba o un suo vestigio. La vocale vi si può infatti ridurre a una “i”: “Gabri(ele/ella)”, “Ele(onora)”, “Ale(ssio/a o ssandro/a)”, “Fede(rico/a)”, “Edo(ardo)”, “Marghi/e(rita)”, “Rob-i(-erto/a)”, “Vale(ntino/a o rio/a)”, “Franc-i(-esco/a)”, “Ferdi(nando/a)”, “Sabri(na)”, “Dani(ele)”, “Caro(-lina)”, “Simo(ne/a)”, “Samu(ele)”, “Tizi(ano/a)”, “Giuli(o/a o ano/a)”. Perfino “Àndri/e(a)”. Molti altri potrebbe aggiungerne chi legge, del resto. Il panorama onomastico italiano sta cambiando. Rischia quindi di cambiare la nazione linguistica italiana. In futuro, essa potrebbe essere costituita da tante Anto e da nessuna Nella, come da nessun Nardo, da nessun Berto, da nessuna Lina, da nessun Gino e così via. C’è da riflettere. I nomi propri non sono roba da poco, nell’identità personale tanto quanto in quella collettiva (ma di ciò, eventualmente, un’altra volta).

L’esordio della vicenda non è di ieri. Valga a testimoniarlo il caso di un celeberrimo “Giangi” affermatosi più di cinque dozzine d’anni or sono. Stava per “Giangiacomo” e prese il valore di un’antonomasia per designare un molto agitato rampollo di una cospicua famiglia della migliore società milanese. Già allora del resto un’Italia più popolare cominciava a contare molte Giusi (o Giusy, come allora si trascriveva) le cui nonne s’erano chiamate o si chiamavano ancora Pina. E come sintesi tra i due estremi, a cavaliere tra i Sessanta e i Settanta, Grazia Nidasio coglieva alla perfezione la tendenza nei comportamenti linguistici del ceto medio urbano settentrionale: ceto del massimo rilievo per l’evoluzione linguistica nazionale. Nidasio battezzava infatti “(la) Stefi” il simpatico personaggio della sua striscia, una ragazzina che, fuori dell’ipocoristico, di nome faceva appunto “Stefania”, come molte in quel tempo. Fu specchio fedele, anche dalla prospettiva onomastica, per un pubblico femminile tra l’infanzia e l’adolescenza. Crescendo, tale pubblico sarebbe, di lì a poco, divenuto la solida base di una nuova e montante consapevolezza di genere. Negli ipocoristici di nuovo conio, tale consapevolezza ha un’inconsapevole bandiera. Al di là di ogni esplicito progetto, com’è appena il caso si dica; anche per questo, però, con la rigorosa regolarità tipica dell’avanzare cieco del mutamento linguistico, in cui (e non solo in riferimento a sue fasi moderne) spetta d’elezione alle donne il ruolo di avanguardia e di guida.

Non è questa d’altra parte la sede per diffondersi sulle sofisticate ipotesi dottrinali che possono contribuire a gettare luce sul mutamento. Basterà dire che, dal punto di vista teorico, c’entrano i rapporti sintagmatici e paradigmatici di Ferdinand de Saussure, piegati metodologicamente a definire con grande precisione, come voleva Roman Jakobson, comportamenti linguistici concreti e non solo valori astratti. Dal punto di vista storico, d’altra parte, c’entra la persistenza materiale di una specificità formale del vocativo (non semplice caso, ma modalità di enunciazione).

Comunque sia andata, il successo del nuovo sistema onomastico e il deperire dell'antico paiono al momento fuori discussione. E con il successo, non manca nell’ormai consolidata novità un sospetto di volgarità. Non c’è mutamento che non sia (etimologicamente) volgare e la volgarità è la condizione stessa del suo eventuale trionfo. La tendenza in effetti attraversa oggi ceti e ideologie, livelli culturali e identità geografiche: è un vezzo che interessa l’intera area italofona, insomma, diffondendovi quel vago tanfo di stupidità e d’infantilismo che si correla naturalmente con il debordare di un modo vezzeggiativo. “Vezzeggiare” è del resto verbo denominale da “vezzo”. E “vezzo”, come ‘abitudine’, è ciò che la trasmissione popolare ha fatto del latino “vitiu(m)” (“vizio” ne è invece il germoglio dotto: l’italiano è pieno di doppioni siffatti, che l’uso ha eventualmente specializzato nella designazione di cose diverse).

Quando si tratta di lingua, bisogna però essere cauti. Capita ci voglia più di qualche decennio perché i giochi si possano considerare fatti. Il giorno che essi lo fossero e lo fossero a favore del nuovo, pochi dubbi sulla sparizione del tanfo di volgare stupidità. Per i (fortunati?) testimoni, tutto profumerebbe ancora una volta di buono e di intelligente. Come fanno sempre nomi, parole, cose del tempo andato: “Amo” o, a scelta, “Amò”, diceva teneramente la zia Ele allo zio Ale, “ti va se stasera, con Adri, Costi e Vale, si fa un giro al centro commerciale?”.

(4 settembre 2018)




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26 agosto 2018

GENOVA

Montanari: “Sinistra e destra hanno smontato lo Stato. Il crollo di Genova ne è l'emblema”


intervista a Tomaso Montanari di Giacomo Russo Spena 

“Il centrosinistra e il centrodestra (ma, mostruosamente, è stato più il primo) hanno smontato lo Stato, regalando a privati amici gli assetti strategici per il futuro del Paese. L'interesse pubblico è stato sacrificato sull’altare di quello privato”. Tomaso Montanari, storico dell'arte, non ha molti dubbi sulle responsabilità politiche della tragedia di Genova. Nel 2015 ha anche scritto un libro (Privati del patrimonio, Einaudi) tutto dedicato al disastro che questo ha provocato nei beni culturali: un capitolo è sulle concessioni, un altro sulle alienazioni: “Per dire – aggiunge – che Uffizi, acqua o autostrade, il meccanismo è stato identico, e perverso. E oggi i grandi giornali in mano agli oligopolisti parlano di risentimento. Una bella faccia di bronzo”. 

Il crollo del ponte Morandi di Genova può essere l'emblema di un Paese che ha smesso di crescere e redistribuire la ricchezza trenta anni fa, oggi sempre più pieno di risentimento e senza prospettive collettive? Parliamo di questo? 

Beh, bisogna intendersi sulle parole. Io non credo alla ‘crescita’ come ci crede, per esempio, Ezio Mauro, che addirittura spiega il disastro di Genova con l’eccessivo ascolto delle «sirene della decrescita». È vero esattamente il contrario: il problema è la corruzione di un Paese che non pratica più l’umile manutenzione quotidiana perché con la manutenzione straordinaria c’è più margine per tangenti e regalie. Un Paese che preferisce la crescita inutile e dannosa del Tav o della Brebemi alla tutela di ciò che esiste e che serve davvero. 

Entriamo nel merito delle decisioni politiche: è favorevole alla revoca della concessione ad Autostrade? Quali sono, secondo lei, le responsabilità di Atlantia? 

Sì, sono favorevole. Se si vuole essere onesti, bisogna riconoscere che questa volta Conte si è mosso bene: duole dirlo, ma nessun governo di ‘centrosinistra’ avrebbe avuto il coraggio di farlo, anche se oggi Graziano Delrio balbetta che avrebbe fatto lo stesso. Ma hanno fatto solo gli interessi privati dei loro amici: è per questo che sono stati travolti. Atlantia sapeva che un rischio c’era, ma ha guardato agli affari, non alla sicurezza. Lo Stato può fare meglio? Se rinunciamo a pensarlo in partenza, come possiamo contemporaneamente dire che lo Stato deve controllare? Non farà neanche questo: e infatti non lo ha fatto. Allora, riprendiamoci lo Stato. 

Non si rischia, come ammonisce il Pd, di scadere in una propaganda giustizialista dove si cercano i colpevoli senza che la magistratura abbia fatto il suo corso? Non bisogna attendere almeno gli esiti della commissione d'inchiesta prima di emettere condanne morali e politiche? 

Ma cosa c’entra la giustizia? Qua è la politica a dover pensare e agire. Anche se non ci fosse alcun profilo di reato, è caduto un ponte che non doveva cadere. Qua il problema non è punire qualcuno, ma far sì che i ponti siano gestiti da qualcuno di cui ci si può fidare. E se il giorno dopo il crollo l’ad di Autostrade dice che non aveva idea che fosse pericoloso, è ancora peggio: vanno sostituiti prima di subito. 

Alla fine il governo revocherà la concessione o peserà il parere della Lega che è per trovare una soluzione meno drastica (ricordiamo che nel 2008 la famiglia Benetton ha donato 150mila euro al Carroccio)? Insomma, veramente verrà scalfito coi fatti il Sistema di potere o siamo a mera propaganda di governo? 

Lo vedremo. Il nodo è che i 5Stelle sono davvero antisistema (pur nel loro caos e con idee sulla democrazia assai pericolose), ma la Lega invece è sistema, e sistema di potere in mezza Italia. Ha interesse a cambiamenti radicali, o solo ad alimentare la oscena arma di distrazione di massa della caccia al nero e della guerra agli stranieri poveri? 

Comunque, ad oggi, siamo al paradosso di una sinistra – nelle vesti del Pd – che voleva cambiare il mondo e che ora difende i Benetton (e i suoi azionisti), i poteri forti e lo status quo. Siamo di fronte ad un cambiamento non soltanto politico ma antropologico? 

Certo. Quando dissi dal palco del Brancaccio l’anno scorso che il Pd è un partito di destra fui criticato anche dalla sinistra estrema. Credo che sia così: c’è stata una mutazione antropologica. Il decreto dignità è timido fino all’irrilevanza, ma il Pd lo ha criticato da destra e per le cose giuste, non da sinistra! I redditi di chi vota il Pd sono medio-alti e «i ricchi non vogliono le stesse cose che vogliono i poveri» (Tony Judt), e i poveri hanno votato 5 Stelle e purtroppo anche Lega. Il Pd saprà capirlo? Non direi. L’unica presa di coscienza delle ultime ore è la bella, dolente e onesta intervista a Gad Lerner sul Fatto

La soluzione passa per la nazionalizzazione delle autostrade o Lei, grande fautore dei beni comuni, propone una terza strada tra la dicotomia privato/pubblico? 

Giuseppe Dossetti diceva che il fine dello Stato è il bene comune. Calamandrei diceva: «lo Stato siamo noi». Io credo che la grande riflessione sui beni comuni debba servire a rendere ‘più pubblico’ e ‘più comune’ lo Stato e il pubblico, non ad inventare una improbabile ‘terza via’. Attuiamo la Costituzione, e pubblico e comune saranno una cosa sola. 

Possibile che in Italia si discuta di grandi opere come Tav o Tap quando, prima, non siamo in grado di mettere in sicurezza i nostri territori, le strade o le scuole pubbliche? Come bisogna intervenire per evitare che succedano nuove tragedie? 

Prevenzione e cultura del territorio. Lotta alla corruzione. E una severa critica ad una idea di progresso continuo: il pianeta è un bene finito. Lo ha capito il Papa, non certo il cosiddetto centrosinistra italiano. 

Intanto la nave Diciotti è in balia degli eventi a largo del porto di Catania col ministro Salvini che continua la sua propaganda anti immigrazione. Eppure il suo consenso cresce, pensiamo agli applausi ai funerali delle vittime di Genova... 

Non credo che quegli applausi siano una cambiale in bianco. Il sequestro della Diciotti (evidentemente illegale), il razzismo esibito e il fascismo esplicito, la sfida di Salvini a Mattarella (del resto, troppo inerte) e allo stesso Conte si spiegano con l’orrenda esternazione di Giorgetti al Meeting di Cl, in cui si prospetta l’ultima spallata al sistema parlamentare e l’elezione diretta dell’uomo forte. Il fatto che Delrio annuisse, e che in fondo sia lo stesso piano di Renzi potrebbe assicurare alla riforma una maggioranza dei due terzi, impedendo un referendum. I nemici della democrazia e della Costituzione aumentano. E non sono davvero nemici tra loro. Questo a me pare il vero pericolo.

(23 agosto 2018




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14 agosto 2018

Buon Ferragosto

Risultati immagini per buon ferragosto




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16 luglio 2018

CUNEO, PIAZZA GALIMBERTI

Flashmob di baristi e ristoratori: â??Un minuto immobili e in silenzio sul dibattito della movidaâ?




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7 luglio 2018

#magliettarossa




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1 luglio 2018

ESTATE

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sfoglia     novembre       

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