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28 gennaio 2012
QUESTI ERAVAMO NOI, 74 ANNI FA.
Il Manifesto degli scienziati razzisti venne pubblicato nel
Giornale d'Italia il 14 luglio 1938 Manifesto degli scienziati razzisti
1) Le razze umane esistono. La esistenza delle
razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una
realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è
rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per
caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad
ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono
razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane
differenti.
2) Esistono grandi razze e
piccole razze. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi
sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono
individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che
esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i
dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni.
Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la
esistenza delle quali è una verità evidente.
3) Il concetto di razza è concetto puramente biologico.
Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di
popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche,
linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione
stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi,
dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una
lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di
questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che
da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il
dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia,
infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.
4) La popolazione dell'Italia attuale è
nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana. Questa
popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben
poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L'origine degli Italiani
attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che
costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell'Europa.
5) È una leggenda l'apporto di masse ingenti
di uomini in tempi storici. Dopo l'invasione dei Longobardi non ci
sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la
fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni
europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni,
per l'Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la
stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d'Italiani di
oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l'Italia
da almeno un millennio.
6) Esiste ormai una
pura "razza italiana". Questo enunciato non è basato sulla confusione
del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e
di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di
oggi alle generazioni che da millenni popolano l'Italia. Questa antica purezza
di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.
7) È tempo che gli Italiani si proclamino
francamente razzisti. Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in
Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del
Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve
essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni
filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere
essenzialmente italiana e l'indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però
introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che
gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare
agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per
i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze
extra-europee, questo vuol dire elevare l'italiano ad un ideale di superiore
coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.
8) È necessario fare una netta distinzione fra i
Mediterranei d'Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani
dall'altra. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che
sostengono l'origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una
comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo
relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.
9) Gli ebrei non appartengono alla razza italiana.
Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo
della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l'occupazione araba della
Sicilia nulla ha lasciato all'infuori del ricordo di qualche nome; e del resto
il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei
rappresentano l'unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché
essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto
dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.
10) I caratteri fisici e psicologici puramente europei
degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo. L'unione è
ammissibile solo nell'ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve
parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un
ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per
moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato
dall'incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà
diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.
| inviato da fiordistella il 28/1/2012 alle 6:51 | |
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27 gennaio 2012
27 GENNAIO 1945-CHI DIMENTICA, RIVIVRA'
http://youtu.be/opseEZd9zgI http://video.repubblica.it/dossier/ebrei-vaticano/vi-racconto-le-camere-a-gas/28740/29319 http://video.repubblica.it/copertina/vi-racconto-le-camere-a-gas/28747/29325 http://youtu.be/VmbtjQZQ1aE http://youtu.be/PzPNWypyOMQ http://youtu.be/NI_e7vTq6AE http://youtu.be/IPtV_ZFaQkU Tra i libri che gli ebrei hanno dedicato all’annientamento del loro popolo, Yossl Rakover si rivolge a Dio, pubblicato da Adelphi nel 1997, non è tra i più recenti né tra i più noti. Il racconto è breve, soltanto 18 pagine di eccezionale intensità. E’ l’eterna domanda di Giobbe, più precisamente è la lotta di Giacobbe con il Dio che ha nascosto il suo volto nella notte del male, nel ghetto di Varsavia: Sono felice di appartenere al più infelice di tutti i popoli della terra, la cui Legge rappresenta il grado più alto e più bello di tutti gli statuti e le morali. Adesso questa nostra Legge è resa ancor più santa ed eterna dal fatto d’essere così violata e profanata dai nemici di Dio. Penso che essere ebreo sia una virtù innata. Si nasce ebrei così come si nasce artisti. Non ci si può liberare dall’essere ebrei. “Non vi è cosa più intatta di un cuore spezzato” ha detto una volta un grande rabbino. Credo nel Dio d’Israele, anche se ha fatto di tutto perché non credessi in lui. Perciò concedimi, Dio, prima di morire, ora che in me non vi è traccia di paura e la mia condizione è di assoluta calma interiore e sicurezza, di chiederti ragione, per l’ultima volta nella vita. Ti voglio dire in modo chiaro e aperto che ora più che in qualsiasi tratto precedente del nostro infinito cammino di tormenti, noi torturati, disonorati, soffocati, noi sepolti vivi e bruciati vivi, noi oltraggiati, scherniti, derisi, noi massacrati a milioni, abbiamo diritto di sapere: dove si trovano i confini della Tua pazienza? E qualcosa ancora ti voglio dire: non tendere troppo la corda, perché, non sia mai, potrebbe spezzarsi. Muoio tranquillo, ma non appagato, colpito, ma non asservito, amareggiato, ma non deluso, credente, ma non supplice, colmo d’amore per Dio, ma senza rispondergli ciecamente “amen”. La storia avventurosa dell’opera è ripercorsa dal curatore del testo. Esso appare per la prima volta nel 1946 su una rivista in lingua yiddish di Buenos Aires, presentato come l’ultimo messaggio di un abitante del ghetto di Varsavia, sigillato con cura in una piccola bottiglia e ritrovato tra i cumuli delle pietre e i poveri resti carbonizzati delle vittime. Viene subito divulgato e tradotto in Israele, Germania, Francia, Stati Uniti, diventando quasi una leggenda, come del resto altri scritti ebraici fortunosamente scampati alla distruzione. Da lungo tempo una legge rabbinica prescriveva infatti che bottiglie, bidoni, cassette di ferro impedissero a mani sacrileghe di impossessarsi di qualunque frammento portasse scritto il nome di Dio. Dalla prima guerra mondiale essa venne estesa ai poeti, agli scrittori, a ogni testimonianza della persecuzione degli ebrei: il nome di Israele diventa sacro come quello di Dio. In questa luce, sia detto per inciso, si comprende ancor più la pregnanza del discorso di Benedetto XVI a Yad Vashem, luogo della memoria di coloro che “persero la propria vita, ma non perderanno mai i loro nomi”. Si spiega dunque con l’obbedienza a questa legge la facilità nell’attribuire lo scritto a un testimone, il fatto che il vero autore rimanga nell’ombra e quando rivendica la paternità del testo venga a lungo contestato.
Zvi Kolitz, nato in Lituania nel 1920, figlio di un rabbino, fuggito dalla patria con la famiglia nel 1937, prima che il suo paese venisse stritolato da Stalin e da Hitler, giunto a Gerusalemme nel 1940, divenuto membro dell’estremismo antibritannico, relatore al Congresso sionistico mondiale del 1946 a Buenos Aires, aveva scritto in una pausa dei lavori le pagine che verranno a lungo scambiate per un documento autobiografico. Solo nel 1994 viene ritrovata una copia della rivista con la prima e autentica stesura, e la verità è stabilita in modo inoppugnabile.
www.ilsussidiario.net Credo nel sole, anche quando non splende, credo nell'amore anche quando non lo
sento, credo in Dio anche quando tace. (Scritta sul muro di una cantina
di Colonia, dove alcuni ebrei si nascosero per tutta la durata della guerra).
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| inviato da fiordistella il 27/1/2012 alle 5:15 | |
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26 gennaio 2012
26 GENNAIO 1975
http://youtu.be/imNlIS4-gP4 ...niente a che vedere con la " Casta diva" della Callas, beninteso...e però... 
Toti Dal Monte, nome d'arte di Antonietta Meneghel (Mogliano Veneto, 27 giugno 1893 – Pieve di Soligo, 26 gennaio 1975), è stata un soprano e attrice italiana Nacque a Mogliano Veneto, dove le è dedicata una scuola media, il 27 giugno 1893 da Amilcare, maestro di musica e Maria Zacchello, maestra elementare. Rimasta orfana di madre a soli sei anni, fin da piccola rivelò un'innata predisposizione alla musica, apprendendo con bravura brani di Schumann e Schubert e cantando nella chiesa del suo paese natale accompagnata dall'organo del padre, il quale, quando Antonietta crebbe, si trasferì con lei a Venezia per iscriverla al Conservatorio Benedetto Marcello e farle studiare pianoforte. L'allora direttore Ermanno Wolf-Ferrari l'ammise al conservatorio, ma dopo sette anni Antonietta dovette interrompere gli studi proprio alla vigilia del saggio finale poiché aveva le mani piccole e non riusciva a prendere l'ottava. Il padre decise allora di portare Antonietta dal celebre contralto Barbara Marchisio, che viveva a Mira, non distante da Venezia, per un'audizione di canto. La Marchisio restò talmente impressionata dalla splendida voce della ragazza che si offrì di seguirla gratuitamente, anche a causa delle non floride possibilità della famiglia Meneghel. Antonietta frequentò le sue lezioni per quattro anni e fu la sua ultima e forse più celebre allieva. Esordì alla Scala di Milano nel gennaio del 1916 nella piccola parte di Biancofiore nella Francesca da Rimini di Zandonai. Nel 1922, durante una tournée in America, Arturo Toscanini, che aveva intuito in lei le doti di una perfetta cantante lirica fin da ragazzina, la invitò ad esibirsi nuovamente alla Scala per il nuovo allestimento del Rigoletto di Verdi. In questa occasione iniziò ad utilizzare lo pseudonimo Toti Dal Monte, ottenuto unendo il diminutivo del suo nome con il cognome della nonna materna. Innamorata del baritono Luigi Montesanto, finì per sposare a Sydney il 23 agosto 1928 il giovane tenore Enzo De Muro Lomanto, incontrato durante una rappresentazione de La figlia del reggimento di Donizetti. Da questo matrimonio nacque il 15 aprile 1930 Mary, in arte Marina Dolfin, unica figlia di Toti. Il 7 dicembre 1932 avvenne la separazione consensuale tra i due. Sono rimaste memorabili le sue interpretazioni di Lucia Di Lammermoor ed Elisir D'Amore (Donizetti) e Madama Butterfly (Puccini). Nel 1945 si ritirò dal palcoscenico, per continuare, spinta da Renato Simoni, la sua carriera nel campo teatrale insieme alla figlia nella compagnia di Cesco Baseggio, in cui recitò testi goldoniani. Ottenne grandi successi anche nel cinema, recitando nei film Il carnevale di Venezia di Giuseppe Adami e Giacomo Gentilomo (1939), Cuore di mamma di Luigi Capuano (1954) ed una piccola comparsa in Anonimo veneziano di Enrico Maria Salerno (1970). A lei il poeta Andrea Zanzotto ha dedicato la poesia in dialetto solighese 'Co l'é mort la Toti inclusa nella raccolta Idioma. Toti Dal Monte morì alle ore 21 del 26 gennaio 1975, ricoverata per disturbi circolatori, nell'ospedale Balbi Valier di Pieve di Soligo, paese nel quale, in luogo ameno, aveva un'elegante dimora, la cosiddetta Villa Toti di Barbisano.
| inviato da fiordistella il 26/1/2012 alle 14:59 | |
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24 gennaio 2012
GENTE DI PIEMONTE

Sottoterra a Canelli insieme a Giorgio Rivetti che custodisce in famiglia i segreti del millesimato. Il padre Giuseppe, classe 1926 emigrante in Argentina, ebbe un trauma tornando alle povere diete di Langa, ma qui nacque la grande passione del moscato. Siamo di fronte a persone incredibili che incarnano lo spirito della loro terra sia nel lavoro, sia nei momenti di festa e di accoglienza Mentre scendiamo a quasi 30 metri sottoterra, nelle storiche e spettacolari cantine della ditta Contratto (www. contratto. it) a Canelli, di storie di Piemonte se ne fondono insieme ben più d’una. Con noi c’è Giorgio Rivetti: i veri protagonisti di questa narrazione in realtà sono lui e i suoi tre fratelli (Giorgio è il più giovane), Carlo, Bruno e Giovanna. Parliamo della loro lunga e importante avventura nel mondo del vino piemontese con l’azienda vitivinicola di famiglia, La Spinetta. Intanto però siamo in luogo incredibile, che ci racconta soprattutto la storia dello spumante italiano attraverso le sue architetture liberty, i mattoni, la roccia viva sotto la collina, le centinaia di migliaia di bottiglie impilate a rifermentare o ancora sulle pupitres. Qui a Canelli, in questo dedalo da 5000 metri quadri di cantine sotterranee che toglie il fiato, è stato applicato per la prima volta in Italia il metodo classico a un vino nazionale. Il primo Spumante millesimato italiano è il Contratto Extra Brut del 1919, ma in 120 anni di vita l’epopea di questo marchio ha attraversato diversi altri tipi di produzioni, diversi vitigni, etichette, anche i vermouth, addirittura i “tonici” negli anni ‘30. La storia della Contratto è lunga e fonde grandezza industriale e sapere artigianale, capacità imprenditoriale e marketing ante-litteram. Iniziata nel 1867 dal capostipite Giovanni Battista Contratto, è stata portata al successo dal suo secondogenito Giuseppe (il “Gran Pin”), continuata negli anni dai discendenti (prima Alberto, poi in tre, Beppe, Mario e Arturo e quindi, secondo la regola piemontese di arnumé con i nomi dei nonni, di nuovo Alberto), fino all’acquisto da parte di Carlo Bocchino, noto produttore di grappa canellese, che ha avuto il merito di eseguire quella ristrutturazione degli immobili e delle cantine storiche che oggi ce le consegnano nel loro massimo splendore (e a breve dovrebbe arrivare il riconoscimento dell’Unesco come “Patrimonio Mondiale dell’Umanità”). Una lunga storia che infine si è incrociata con i Rivetti e La Spinetta, visto che dalla primavera 2011 hanno acquisito Contratto. Un nuovo marchio di qualità per i quattro fratelli, che hanno fatto tantissima strada da quando con il padre Giuseppe producevano e vendevano il vino sfuso negli anni ‘60: un’altra piccola epopea familiare dell’enologia piemontese. È stato proprio Giuseppe a infondere loro la passione per il lavoro ma soprattutto per la ricerca della qualità e il rispetto della terra e dei suoi frutti. Giuseppe, classe 1926, era un emigrante di ritorno, nato in Argentina e tornato in Italia quando aveva 13 anni. Per lui fu uno shock, soprattutto perché le abitudini alimentari argentine, dove la carne abbondava, erano completamente differenti dalle più povere diete di Neive dove si stabilì, semplicemente perché il nonno era nato lì. Poi ci fu la guerra, un ritorno a casa altrettanto scioccante (”a piedi, e girò per tre giorni attorno a Govone perché non riusciva più a orientarsi dopo tanto tempo lontano” dice Giorgio). Per due anni si stabilì a Serralunga, dove gestiva l’osteria di Baudana, e nel 1954 avvenne il trasferimento a Castagnole Lanze con l’acquisto dell’azienda Piani, per fare vino. I figli man mano entrano in azienda e nel 1961 comprano i terreni de La Spinetta, sempre nelle terre del moscato. Ci volle un po’ prima di iniziare a imbottigliare e non limitarsi a vendere il vino sfuso: è il 1977 quando il primo Moscato La Spinetta fa il suo ingresso sul mercato. Fu uno dei primi esempi di un’azienda vitivinicola che non portava in etichetta il nome del produttore ma il nome del luogo in cui è situata: La Spinetta è il nome dei terreni comprati nel 1961 a Coazzolo. Da lì iniziò un’avventura piena di successi. Intanto la creazione di un vero e proprio marchio per il moscato d’Asti, perché La Spinetta si è subito imposta come paradigma produttivo. I quattro fratelli però non si sono fermati e hanno sempre avuto molta ambizione e grande unità di intenti. Volevano mettere la loro firma sui grandi rossi piemontesi e, dividendosi i lavori in azienda in totale armonia, per tutti gli anni ‘90 fino al 2000 hanno sempre reinvestito comperando vigne nei migliori cru del Barbaresco e del Barolo, sfornando vini strepitosi che li hanno resi tra i nomi piemontesi più noti a livello internazionale. Tra le altre cose hanno anche dato una nuova dignità alla Barbera, sia d’Alba sia d’Asti. Ora hanno vigne nei comuni di Costigliole, Montegrosso, Coazzolo, Castagnole Lanze, Mango, Neive, Treiso, Grinzane Cavour e nel 2000 sono anche “emigrati” in Toscana. La loro filosofia produttiva è legata ai binomi indissolubili tra i vitigni e il loro territorio: “Il futuro del vino italiano passa anche dalla nostra capacità di esaltare il grande patrimonio di vitigni che abbiamo” sottolinea Giorgio. In Toscana sentivano che il Sangiovese aveva un carattere e un’identità che andavano esaltate nella maniera più pura possibile e così hanno comperato nel comune di Terricciola, nei colli pisani: una zona tutta da scoprire, sia dal punto di vista enologico sia da quello turistico, in cui, tanto per non farsi mancare niente, hanno messo anche in produzione un olio sopraffino. E siamo arrivati alla Contratto che, vista la passione di famiglia per “le bollicine”, siamo sicuri toccherà nuove vette qualitative, che già si possono apprezzare nelle prime produzioni in commercio (in realtà Giorgio faceva consulenza nell’azienda già da 4 anni): una buona idea per brindare all’anno nuovo, ma sicuramente una consacrazione per Bruno, Carlo, Giovanna, Giorgio e i loro figli e nipoti che già sono in azienda, nel solco della tradizione familiare. Siamo di fronte a delle persone incredibili, che incarnano lo spirito delle loro terre sia nell’accoglienza (abbiamo già parlato in Storie di Piemonte dei tanti macedoni perfettamente integrati che lavorano per loro, in vigna), sia nei momenti di festa, perché già come faceva Giuseppe Rivetti, in campagna si lavora con lo stesso impegno con cui si festa. Giovanna per esempio è una cuoca straordinaria, e quando ci si ritrova in occasioni conviviali, fa quasi rimpiangere che non si sia dedicata alla ristorazione. Se si è contadini dentro, lo si è stato per tutta la vita e si è fatto questo lavoro sempre con quello spirito che hanno appreso dal padre – anche se si vanno a vendere i vini in America o si comprano terreni in altra regione - queste sono cose che vengono naturali. Storiedipiemonteslowfood.it
| inviato da fiordistella il 24/1/2012 alle 15:17 | |
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22 gennaio 2012
22 GENNAIO- BEATA TEODOLINDA
Teodolinda o Teodelinda (Ratisbona 570 – Monza, 22 gennaio 627) fu regina dei Longobardi e regina d'Italia dal 589 al 616. Figlia del duca dei Bavari, Teodolinda era una principessa di stirpe regale, discendente per parte materna della casata longobarda maggior portatrice del "carisma" regale, i Letingi. Per suggellare l'alleanza tra Bavari e Longobardi venne data in sposa ad Autari, re dei Longobardi, asceso al trono dopo una fase di assenza di potere regio. Morto Autari, dopo solo un anno di nozze, Teodolinda si risposò con Agilulfo, duca di Torino, da cui ebbe un figlio, Adaloaldo, futuro re dei Longobardi e il primo ad essere battezzato nella fede cattolica. Teodolinda, infatti, essendo cattolica, anche se aderente allo scisma dei Tre Capitoli, rappresentò il primo stabile collegamento tra i Longobardi ariani e la Chiesa di Roma, grazie ai suoi rapporti amichevoli con papa Gregorio Magno. Donna bella e intelligente, fu molto amata dal suo popolo, che poté godere durante il suo regno e quello di Agilulfo di anni prosperi e fruttuosi. La regina fu una grande mecenate e fornì Monza - la città da lei resa capitale estiva del Regno longobardo - di una ricca basilica dedicata a san Giovanni Battista, di un palazzo reale e di numerosi oggetti d'arte, tra i quali molte reliquie. Fondò molti altri edifici religiosi nell'intera zona brianzola e favorì la predicazione di San Colombano. Dopo la morte di Agilulfo fu reggente per il figlio Adaloaldo, ma quando questi venne deposto da una congiura di corte - dopo dieci anni di regno - la regina si ritirò a vita privata e poco dopo morì. Fu sepolta con tutti gli onori nella basilica di San Giovanni, ora Duomo di Monza, dove fu venerata dal popolo locale come una santa. La sua figura, divenuta mitica, fu amatissima e divenne il fulcro di numerose leggende e storie popolari. La sua fama raggiunse l'apice nel XV secolo quando gli Zavattari affrescarono nel Duomo di Monza una celebre serie di affreschi con le Storie della regina Teodolinda, il più ampio ciclo italiano del Gotico internazionale .jpg/318px-Theodelinda_married_Agilulf_(detail).jpg)
Teodolinda è venerata come beata, ma la Chiesa non ne ha mai confermato il culto..
| inviato da fiordistella il 22/1/2012 alle 19:22 | |
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21 gennaio 2012
21 GENNAIO- SANTA AGNESE
In primis, auguri alla mia nipotina, che si chiama Agnese :-)) E poi... Festa di Sant'Agnese e delle malelingue è una tradizione popolare che ha luogo all'Aquila il 21 gennaio, giorno di Sant'Agnese. L'origine della tradizione è incerta, ma la versione più probabile è la seguente. Nei primi anni della fondazione della città, vi erano vari gruppi di persone che si riunivano presso locande ed osterie per criticare i signori di allora. Per questo motivo, un gruppo di questi fu esiliato dalla città. Essendo stati esiliati il 21 gennaio, furono detti "quelli di Sant'Agnese". Dopo sei mesi, a seguito delle numerose richieste da parte delle madri, mogli e fidanzate, "quelli di Sant'Agnese" furono riammessi in città ma a condizione che non facessero più pettegolezzi all'interno delle mura cittadine. Presero pertanto a riunirsi presso un'osteria vicino Porta Rivera. Sull'esempio di questo gruppo, esistono ancor oggi numerose confraternite di male lingue che ogni anno si riuniscono in grandi conviviali, durante i quali vengono elette numerose cariche sociali, alcune dal significato ovvio (ju Presidente, ju Secretariu, la Lengua Zozza), altre meno (la Mamma deji cazzi deji atri, la Lima Sorda, ju Zellusu, ju Recchie Fredde, ju Capisciò). Agli albori del XIV secolo, la Santa divenne protettrice delle linguacciute, delle donne ai margini della società, di coloro che si ritrovavano nella miseria, nonché delle "malmaritate" (termine eufemistico per definire le prostitute) e delle "giovinette pericolanti". L'immaginario collettivo aquilano fu colpito ed influenzato dall'efferato martirio, subito dalla giovane e casta Agnese, nel III secolo, che, prima della decapitazione, venne "jugulata" (sgozzata). Molto più tardi, la Martire rappresentò per le peccatrici e le diseredate un fulgido esempio di purezza, degno della più profonda venerazione. All'Aquila, il monastero di sant'Agnese risale alla seconda metà del XIV secolo. Costruito a ridosso delle mura urbiche settentrionali, ospitava le malmaritate e le serve dei nobili. I segreti dei palazzi dove prestavano la loro opera, venivano raccontati "coram populo", messi in piazza, conditi con l'immancabile dose di esagerazione, frutto del piacere perverso che solo la maldicenza sa dare. Quest'ultima, insieme al turpiloquio ed alla calunnia, trovò terreno fertile nel "modus vivendi" della comunità aquilana, presso tutti i ceti sociali. Nel 1874 il monastero fu inglobato nelle strutture del vecchio Ospedale San Salvatore dove, ancor oggi, possono essere ammirati gli ambienti monastici e la chiesa di sant'Agnese. Per valorizzare questo aspetto della cultura aquilana, da qualche anno si organizza un convegno annuale su Sant'Agnese, dal titolo "Pianeta Maldicenza".
| inviato da fiordistella il 21/1/2012 alle 14:3 | |
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20 gennaio 2012
20 GENNAIO 1936
Edoardo VIII diventa re del Regno Unito .jpg/500px-The_Duke_of_Windsor_(1945).jpg)
Edoardo VIII, nome completo Edward Albert Christian George Andrew Patrick David Windsor (Richmond upon Thames, 23 giugno 1894 – Parigi, 28 maggio 1972), è stato re del Regno Unito, dell'Irlanda e degli altri Domini britannici dal 20 gennaio 1936 fino all'11 dicembre 1936, giorno della sua abdicazione. Sul trono britannico è successivamente salito il fratello Alberto, come re Giorgio VI e questi l'8 marzo 1937 ha nominato Edoardo Duca di Windsor. Nel corso della seconda guerra mondiale è stato nominato Governatore e Comandante in capo delle Bahamas. Nel dopoguerra Edoardo frequenta donne sposate, destando le critiche della società tradizionalista. Una di queste signore, l'americana Thelma Morgan, gli presenta Wallis Simpson, divorziata e successivamente risposata; Edoardo e Wallis, in occasione di un viaggio di Thelma, diventano amanti. Alla morte del padre Giorgio V, avvenuta il 20 gennaio 1936, Edoardo desta scandalo annunciando che sarebbe salito al trono accompagnato da Wallis Simpson, ancora legata da un vincolo matrimoniale: una tale situazione si trova in conflitto con il fatto che il Sovrano del Regno Unito è per diritto capo della Chiesa d'Inghilterra; il sacramento religioso del primo matrimonio della Simpson non subisce effetto alcuno da parte di sentenze di divorzio. La Simpson è sposata di fronte a Dio con il suo primo marito, Edoardo ne è l'amante-concubino (e tale rimarrà anche a seguito del matrimonio civile). Si apre quindi una crisi che, stante la ferma intenzione di Edoardo di sposare Wallis, si conclude con l'abdicazione a favore del fratello minore Alberto duca di York, che diventa re Giorgio VI del Regno Unito. Edoardo, divenuto duca di Windsor, il 3 giugno 1937 sposa Wallis Simpson nel Castello di Condé a Monts in Francia con una cerimonia privata, senza la presenza di alcun membro della famiglia reale inglese. Successivamente i rapporti tra i duchi di Windsor e la famiglia reale si sono mantenuti freddi, anche a causa di questioni finanziarie: i duchi di Windsor non sono mai stati invitati a tornare sul suolo britannico. 
Wallis Simpson divenne l'amante di Edoardo di Windsor, allora principe del Galles ed erede al trono britannico, nel 1934, ma a causa della sua origine non aristocratica e del suo burrascoso passato matrimoniale (un divorzio alle spalle e un altro in arrivo) la sua presenza fu fortemente osteggiata dalla casa reale inglese. Nel 1936, alla morte del padre Giorgio V, Edoardo salì al trono e manifestò l'intenzione di ufficializzare il suo legame con Wallis Simpson. La decisione del monarca di convolare a nozze con un'americana pluridivorziata con due ex mariti ancora in vita e una reputazione di arrampicatrice sociale causò tuttavia una crisi costituzionale nell'Impero britannico, che spinse Edoardo VIII alla decisione di abdicare nel corso dello stesso anno. Il nuovo re, Giorgio VI, concesse al fratello abdicatario il titolo di duca di Windsor con il trattamento di Altezza Reale che gli spettava in quanto principe del sangue; quest'ultimo sposò Wallis Simpson sei mesi dopo in Francia. Il matrimonio non conferì però mai a Wallis altro titolo che Sua Grazia la Duchessa di Windsor, per espressa volontà del nuovo sovrano, nonostante privatamente ci si riferisse a lei con il titolo di Altezza. La nuova coppia divenne presto famosa per la vita brillante e mondana (spesso immortalata sui rotocalchi dell'epoca), contrariamente all'austerità del resto della famiglia reale inglese; per questa ragione e per via delle loro presunte simpatie per la Germania nazista i duchi di Windsor si alienarono molte simpatie nel Regno Unito. Nel resto dell'Europa e negli Stati Uniti godettero invece di larga ammirazione, diventando delle vere e proprie icone di eleganza e glamour.
| inviato da fiordistella il 20/1/2012 alle 18:13 | |
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18 gennaio 2012
MONTESQUIEU
Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède et de Montesquieu, meglio noto unicamente come Montesquieu (La Brède, 18 gennaio 1689 – Parigi, 10 febbraio 1755), è stato un filosofo, giurista, storico e pensatore politico francese. È considerato il fondatore della teoria politica della separazione dei poteri. Amicizia
Davvero l’amicizia era la virtù principale dei Romani; se ne trovano aspetti
anche nella storia dei loro secoli più corrotti: mai furono più eroici di quando
furono amici.
Fra noi, chi può far del bene agli altri è per l’appunto
chi non ha e non può avere amici. Parlo dei principi e di una terza categoria
d’uomini che occupano una posizione intermedia fra i sovrani e i sudditi, ossia
i ministri: persone che godono soltanto delle sventure della condizione dei
principi, ma senza i vantaggi della vita privata, né quelli della sovranità.
Dicevo: “Sono innamorato dell’amicizia”.
L’amicizia è un
contratto con il quale c’impegniamo a rendere piccoli favori a qualcuno perché
ce li contraccambi con favori grandi.
Gli Stoici dicevano che il Saggio
non ama nessuno. Ma portavano troppo lontano il ragionamento. Credo tuttavia sia
vero che, se gli uomini fossero perfettamente virtuosi, non avrebbero amici.
Si parlava di una battuta spiritosa rivolta contro qualcuno. Chiesero
chi l’avesse detta e io replicai: “Può essere soltanto un suo amico”, ed era
vero.
Sugli amici tirannici e vanesii dicevo: “L’amore ha delle
compensazioni che l’amicizia non ha”.
Amore
Mi mandate a dire che mi amate un poco. Se vi è occorso un anno per amarmi un
poco, quanto tempo vi occorrerà per amarmi molto?
Avete appena perso
vostro marito; non mi amerete più.
Voi dunque mi lasciate, e mi lasciate
per un uomo senza merito. Sono davvero sfortunato! Che mi poteva capitare di più
triste del vedermi costretto ad arrossire per avervi amato. Di solito, quando
non ci si ama più, nello spirito resta sempre un ricordo piacevole delle passate
dolcezze. Ma in questo caso il presente reca vergogna e il passato disperazione.
Avendo una relazione con una donna, previdi in anticipo che stavo per
avere un successore, e ben presto ne ebbi conferma. Le restituii le sue lettere
e le scrissi: “Nel ricevere queste lettere forse proverete lo stesso piacere che
avete provato nello scriverle”.
Il vantaggio dell’amore sulla
dissolutezza consiste nella moltiplicazione dei piaceri. Tutti i pensieri, i
gusti, i sentimenti divengono reciproci. Nell’amore avete due corpi e due anime,
nella dissolutezza avete un’anima che prova disgusto finanche per il proprio
corpo.
“Le persone perdutamente innamorate”, diceva qualcuno, “in
generale sono riservate”.
È indubbio che l’amore abbia un carattere
diverso dall’amicizia: quest’ultima non ha mai mandato nessuno in manicomio. La galanteria. La mancanza di buone
maniere verso le donne è sempre stato il segno più certo della corruzione dei
costumi. Occorre molto spirito per la galanteria e per preparare alle donne
conversazioni ch’esse siano in grado di sostenere.
Secondo me, le donne
fanno molto bene ad essere meno brutte possibile. E sarebbe un bene che fossero
tutte brutte o tutte belle, onde por fine all’orgoglio della bellezza e alla
disperazione della bruttezza.
Nelle donne giovani, la bellezza supplisce
allo spirito; nelle vecchie, lo spirito supplisce alla bellezza.
In certi
giorni, anche nelle donne più graziose, mi par di vedere come saranno quando
diverranno brutte.
Le donne sono false. Ciò deriva dalla loro
subordinazione: più aumenta la subordinazione, più aumenta la falsità. Accade
come per i dazi: più li elevate, più aumenta il contrabbando.
Spesso le
donne sono avide per vanità e per mostrare quanto si spenda per loro.
A
una casa basta la presenza di una donna gentile per renderla rinomata e porla al
livello delle case più importanti. Ci sono invece case illustri che si
conoscono appena solo perché, da due o tre secoli, non hanno avuto una donna
notevole.
Tutti i mariti sono sgradevoli.
Si dice che i Turchi
hanno torto, e che le donne vanno guidate, non già tiranneggiate. Quanto a me,
dico che bisogna ch’esse comandino, oppure che obbediscano.
Non sono
ancora due secoli che le donne francesi hanno cominciato a portare le mutande,
ma ben presto, peraltro, si sono liberate di quell’impedimento.
Le
principesse parlano molto perché vi sono state abituate fin da piccole.
Mi viene di paragonare le dame della regina o della delfina, che si
vestono due o tre volte per comparire dinanzi a loro, ai commedianti che fanno
la parte delle guardie e si vestono per sentirsi dire: “Ehilà! Guardie, via!”.
Le Spagnole. La Spagna è un
paese caldo, ma le donne sono brutte. Il clima è fatto per favorire le donne, ma
le donne sono fatte per contraddire il clima.
Con le donne si deve
rompere di netto: nulla è insopportabile quanto trascinare una vecchia storia.
Non c’è donna di cinquant’anni che abbia così buona memoria da
rammentare tutte le persone con cui ha litigato, e con cui si è poi
riappacificata.
Le donne che [a Corte] cambiano abito quattro volte al
giorno somigliano a quelle commedianti che, dopo aver recitato nel ruolo
dell’imperatrice in un’opera teatrale, corrono a cambiarsi per recitare quello
della servetta in un’altra.
Giacché è proibita la poligamia, ed è pure
proibito il divorzio da una sola donna, si deve necessariamente proibire il
concubinato. Chi, infatti, avrebbe voluto sposarsi, se fosse stato consentito il
concubinato?
Le femmine degli animali hanno una fecondità quasi costante,
sicché si può calcolare all’incirca quanti piccoli una femmina procreerà in
tutta la sua vita. Nella specie umana, invece, le passioni, le fantasie, i
capricci, gl’inconvenienti della gravidanza e quelli di una famiglia troppo
numerosa, nonché il timore di perdere il proprio fascino, si oppongono alla
moltiplicazione della specie. FelicitàMi pare che la natura abbia lavorato
per degli ingrati: siamo felici, ma i nostri discorsi sono tali che sembriamo
non rendercene conto. Bisognerebbe convincere gli uomini della felicità ch’essi ignorano, anche
quando ne godono.
Per essere felici, occorre avere un oggetto, poiché è
il mezzo onde dar vita alle nostre azioni. Esse divengono ancor più importanti a
seconda della natura dell’oggetto e, in tal modo, occupano maggiormente la
nostra anima.
Ecco un bel motto di Plutarco: “Sì! Se la felicità fosse
in vendita!”.
Coloro che, per condizione, non hanno occupazioni
necessarie, devono cercare di procurarsene. La più adeguata alle persone colte è
la lettura, che occupa qualche ora la quale, altrimenti, risulterebbe
insopportabile nel vuoto di ogni giorno, e che spesso riesce a rendere deliziose
le ore che vi s’impegnano.
Si è più felici per i divertimenti che per i
piaceri. I divertimenti, infatti, distraggono egualmente dalle pene e dai
piaceri.
Se siamo destinati ad annoiarci, facciamolo con cognizione di
causa, e per questo valutiamo adeguatamente i piaceri che perdiamo, e non
sottovalutiamo quelli che possiamo procurarci.
Non occorre molta
filosofia per essere felici: si devono soltanto assumere idee un poco sane.
Ho visto persone morire di dolore perché non venivano affidati loro
degli impieghi che sarebbero state costrette a rifiutare, se mai glieli avessero
offerti.
Le vere afflizioni hanno le loro delizie; le vere afflizioni
non annoiano mai, perché occupano grandemente l’anima. È un piacere quando osano
parlare; è un piacere anche quando tacciono, ed è un piacere così grande che non
si può distrarre nessuno dal suo dolore senza procurargli un dolore più cocente.
Alla lunga anche la gioia stanca: richiede troppe energie; e non si deve
credere che le persone che sono sempre a tavola o a giocare provino più piacere
delle altre. Sono là perché non potrebbero stare altrove, e là s’annoiano per
annoiarsi meno che da un’altra parte.
Se sono triste, la gioia altrui
m’affligge perché mi distoglie dal piacere che provo nell’abbandonarmi alla mia
tristezza. Mi si fa dunque una violenza, che è una sorta di dolore.
Chiamiamo piacere solo ciò che
non è abituale. Se provassimo di continuo il piacere di mangiare con appetito,
non lo chiameremmo piacere, bensì esistenza e natura. Non bisogna dire che la felicità è
quel momento che non vorremmo cambiare con un altro. Diciamo piuttosto che la
felicità è quel momento che non vorremmo cambiare col non-essere.
Se ci
accontentassimo di essere felici, sarebbe presto fatto. Ma pretendiamo d’esser
più felici degli altri, e questo è quasi sempre difficile, giacché reputiamo gli
altri più felici di quanto non siano.
Chi sono le persone felici? Lo
sanno gli Dei, perché leggono nel cuore dei filosofi, dei re e dei pastori.
Ho sentito dire dal cardinal Imperiali
“Non c’è uomo che non venga visitato dalla fortuna almeno una volta nella vita.
Ma, quando essa non lo trova pronto a riceverla, entra dalla porta ed esce dalla
finestra”. Ho sempre visto che, per riuscire al meglio nel mondo, bisognava avere
un’aria stupida, ma esser saggi.
Anche se l’immortalità dell’anima fosse
un’illusione, mi dispiacerebbe molto non crederci. Non so come la pensino gli
atei. (Ammetto di non essere umile come gli atei.) Ma, per quanto mi riguarda,
non intendo cambiare (e non la cambierò) l’idea della mia immortalità con quella
della felicità di un sol giorno. Mi affascina non poco credermi immortale come
Iddio stesso. Indipendentemente dalle verità rivelate, certe idee metafisiche
suscitano in me una speranza straordinaria della mia felicità eterna, alla quale
non vorrei proprio rinunciare. Filosofi e filosofiaUna volta si era filosofi a buon mercato: così poche erano le verità note, e
si ragionava su cose tanto vaghe e generali. Tutto ruotava attorno a tre o
quattro quesiti: Quale fosse il sommo bene. Quale fosse il principio delle
cose: il fuoco, l’acqua, i numeri. Se l’anima fosse immortale. Se gli Dei
governassero l’universo. Chi si fosse impegnato in qualcuna di siffatte
questioni, veniva subito considerato un filosofo, per poca barba che avesse...
Non soltanto le letture serie sono utili, ma anche quelle piacevoli,
poiché c’è un momento in cui tutti abbiamo bisogno di un sano divertimento.
Anche gli studiosi devono essere ripagati piacevolmente delle loro fatiche. Pure
le scienze traggono vantaggio dall’essere trattate in modo elegante e con gusto.
È bene dunque scrivere su tutti gli argomenti e in tutti gli stili. La filosofia
non deve essere isolata: ha rapporti con tutto.
Non sono i filosofi che
destabilizzano gli Stati, bensì quelli che non lo sono abbastanza per conoscere
la loro fortuna e goderne.
Dicevo a Madame du Châtelet: “Voi rinunciate a dormire per imparare la filosofia;
dovreste invece studiare la filosofia per imparare a dormire”. Rimasi incredulo quando, leggendo la Politica di Aristotele, vi trovai tutti i
principi dei teologi sull’usura, parola per parola. Credevo li avessero messi
loro. Ne ho parlato nello Spirito delle
leggi. Ma a quei signori non piace che si scoprano le loro fonti: le
ignorano persino, così come s’ignorava la sorgente del Nilo. Su questo punto,
essi hanno protestato vivacemente. Gli Stoici credevano che il mondo dovesse perire mediante il fuoco. Così gli
spiriti furono preparati ad accogliere quella profezia di Gesù Cristo, secondo
cui la fine del mondo giungerà in quel modo. 
| inviato da fiordistella il 18/1/2012 alle 20:36 | |
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16 gennaio 2012
16 GENNAIO 1860
Giuseppe Garibaldi, sposa Giuseppina Raimondi a Fino Mornasco; la lascerà un'ora dopo la cerimonia, per presunto tradimento. Ma chi era Giuseppina Raimondi? La Marchesa Giuseppina Raimondi (Fino Mornasco, 17 marzo 1841 – 1918) fu la figlia naturale, riconosciuta ma non legittimata, del Marchese Giorgio Raimondi Mantica Odescalchi e la seconda moglie di Giuseppe Garibaldi, ripudiata al termine della cerimonia nuziale per un presunto tradimento. Fu battezzata nella Chiesa succursale di Socco e non nella plebana di Fino, come a celare l'evento, e registrata come "figlia di ignoti". Conobbe il condottiero nel 1859, durante le campagne della seconda guerra di indipendenza nel comasco, conquistando l'interesse del generale. Si sposarono il 16 gennaio 1860 a Fino Mornasco; lo stesso giorno Garibaldi scoprirà delle presunte storie d'amore della marchesina, proseguite fino a pochi giorni dalle nozze. Questa fu la motivazione, presentata dall'avvocato di Garibaldi, il giurista Pasquale Stanislao Mancini, per l'annullamento del matrimonio, avvenuto nel 1880, che permise al generale di unirsi in matrimonio con la terza moglie, Francesca Armosino. Giuseppina, pochi mesi prima del matrimonio con Garibaldi, si era legata sentimentalmente al giovane bergamasco Luigi Caroli (1834-1865) dal quale aspettava un figlio, che nacque morto. Seguì Caroli in Polonia nel tentativo di portare gli ideali patriottici anche in quello stato. All’insofferenza di lei, la meno innamorata dei due, si aggiunse la smania di "Gigio" di essere accettato nella spedizione dei Mille. Infatti nonostante tutto il giovane s’illudeva di poter combattere agli ordini di Garibaldi che, ovviamente, di lui non ne volle mai sapere. Deluso nei suoi sogni d’amore e di gloria, Caroli finì male: dopo aver seguito Francesco Nullo nella spedizione in aiuto della Polonia venne catturato dai Russi e fu spedito in Siberia dove presto si spense. Anche dalla prigionia continuava a scrivere alla sua amata Giuseppina. Giuseppina, dopo l'annullamento del matrimonio da Garibaldi si sposò nel 1880 con il patriota e avvocato Lodovico Mancini (suo cognato) dal quale ebbe un'unica figlia, Nina Mancini. 

Su quello che è stato uno dei matrimoni più brevi della storia leggiamo la gustosa descrizione del giornalista e storico Arrigo Petacco tratta dal libro «Il Regno del Nord» alle pagine 127 e 128. «Garibaldi aveva tempestato Giuseppina di lettere appassionate invocando il suo amore, ma sempre invano. Giuseppina pareva sorda ai suoi romantici appelli ma qualche mese dopo come se fosse stata colta da un ritardato colpo di fulmine amoroso le sue risposte si erano fatte sempre più affettuose, cosicché Garibaldi, felice di averla finalmente conquistata, si era precipitato a Como per chiederne la mano al marchese Giorgio Raimondi, suo coetaneo, il quale gliel’aveva premurosamente concessa fissando alla svelta anche la data delle nozze: il 6 gennaio 1860. Cos’era accaduto? Occorre fare un passo indietro. Giuseppina era un tipetto particolare. Aveva infatti iniziato a 12 anni a collezionare flirt scabrosi, e quando Garibaldi prese a corteggiarla lei già si concedeva contemporaneamente a due amanti, entrambi ufficiali garibaldini: il maggiore Carlo Rovelli, suo cugino, e il tenente Luigi Caroli, bergamasco. Quando scoprì di essere rimasta incinta di uno dei due, la scaltra fanciulla, pare con la complicità del genitore, senza perdere tempo si era affrettata a lanciare romantici messaggi amorosi all’ingenuo condottiero, che subito aveva abboccato all’amo portandola rapidamente all’altare.
La cerimonia fu celebrata in pompa, con rito cattolico, nella cappella di villa Raimondi a Como e tutto sarebbe filato liscio se il maggiore Rovelli, forse spinto dalla gelosia, non l’avesse combinata grossa. Mentre lo sposo usciva dalla cappella dando il braccio a Giuseppina, Rovelli si avvicinò alla coppia e consegnò frettolosamente un foglio a Garbaldi, uscendo subito di scena. Questi lo lesse sull’istante e per poco non gli prese un colpo. Rovelli gli rivelava la tresca punto per punto sottolineando persino che la sera precedente alle nozze, Giuseppina era stata ancora una volta “sua”. Riavutosi dall’amara sorpresa, Garibaldi mostrò il foglio alla sposa e lei non negò, anzi pare ebbe di che risentirsi per i modi poco urbani manifestati dallo sposo. Mentre la folla assisteva costernata alla scena, Garibaldi la piantò in asso, dopo aver sentenziato: «Signora, voi siete una grande puttana!». Solo il 26 gennaio 1880, venti anni dopo la brevissima cerimonia nuziale, l'eroe dei due mondi riuscì ad ottenere finalmente l’annullamento del matrimonio con Giuseppina Raimondi. Dopo di che, Giuseppe Garibaldi sposò Francesca Armosino dalla quale aveva già avuto tre figli: Clelia, Teresita e Manlio. Roberto Mari www.golfonews.com
Foto: Giuseppe Garibaldi e Giuseppina Raimondi; Villa Raimondi
| inviato da fiordistella il 16/1/2012 alle 21:53 | |
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Sempre caro mi fu quest'ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quïete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l'eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Così tra questa immensità s'annega il pensier mio: e il naufragar m'è dolce in questo mare» (Giacomo Leopardi)
NON AGITIAMOCI: TANTO NEI TEMPI LUNGHI SAREMO TUTTI MORTI.
"...E QUANDO UNA PERSONA MITE DECIDE DI FARE LA STRONZA, LO SA FARE. ALLA GRANDE. FREDDAMENTE. LUCIDAMENTE. CON CATTIVERIA. SENZA SCONTI."
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SOTTOSCRIVO.
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