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13 novembre 2017

ALESSANDRO PANSA

LA FINANZA OCCIDENTALE DOMINA IL MONDO

Pubblicato in: CHI COMANDA IL MONDO - n°2 - 2017
Carta di Laura Canali

[Carta di Laura Canali]

Il nostro pianeta e` un campo di battaglia dove si compete per la distribuzione del potere relativo agli scambi di prodotti e servizi a piu` alto valore aggiunto. La prevalenza delle istituzioni finanziarie e delle banche americane e anglosassoni.

1. Nessuno controlla il mondo è il titolo di un famoso libro 1. Riassume la convinzione che le società occidentali abbiano perduto la capacità di guidare l’evoluzione dell’ordine internazionale, i processi di sviluppo sociale ed economico, i mercati finanziari, le controversie diplomatiche e la competizione tra sistemi politici.

In effetti: l’economia dei paesi emergenti cresce a tassi maggiori di quelli realizzati in Occidente; l’internazionalizzazione della tecnologia appare un dato di fatto; la produzione industriale e il commercio internazionale si sviluppano secondo modalità che non sembrano più determinabili da Stati Uniti, Europa e Giappone; la finanza sembra incontrollabile; la forza militare di molte nazioni emergenti sta crescendo, tanto in termini relativi che assoluti; persino le crisi militari – è il caso della Siria – sembrano poter essere affrontate senza la partecipazione degli Usa, circostanza mai accaduta dalla fine della seconda guerra mondiale.

La politica, di conseguenza, ha assunto forme inedite. Le istituzioni dei paesi emergenti, quando sono diverse dalla democrazia liberale, appaiono – e si ritengono – «alternative credibili» e non «deviazioni temporanee da una strada a senso unico verso la convergenza globale» 2. Esse, infatti, sembrano assicurare opportunità di crescita e – fatto assai più importante – di sviluppo alle società che governano; resilienza; tempestività di risposta – anche grazie alla minore necessità di gestire il consenso – alle sollecitazioni di un sistema globalizzato; comportamenti più assertivi nella difesa del ruolo internazionale di un paese e nella gestione di crisi diplomatiche.

La globalizzazione, appunto. Per molti è questa la vera causa efficiente della perdita di baricentro del mondo, del suo mutato equilibrio o maggiore disequilibrio. In una sorta di nemesi della storia o di eterogenesi dei fini, la liberalizzazione dei movimenti di capitale, la deregolamentazione dei mercati finanziari, l’internazionalizzazione della tecnologia e l’imposizione di regole al commercio internazionale – sostenute prima di tutto dai governi britannico e statunitense – avrebbero finito con il rivoltarsi contro coloro che hanno voluto, costruito, dotato di dignità intellettuale e difeso questo sistema, frammentando e trasferendo al resto del mondo un potere che per secoli era stato appannaggio dei sistemi occidentali.

A questi ultimi non resterebbe che adattarsi. Accettare il mutato corso della storia che descrive, dal punto di vista tanto economico che politico, un mondo multipolare dominato dai mercati, che a loro volta non sono controllati da nessuno e allocano capitali e investimenti là dove migliore è il rapporto tra rischio e rendimento. In questo scenario, le sole cose che i paesi occidentali possono fare sono le seguenti.

A) Creare le condizioni per essere apprezzati dai mercati stessi: attuare rigorose politiche di finanza pubblica; «rendere sostenibili» (spesso un eufemismo per non dire «restringere») i sistemi di welfare; assicurare elevati rendimenti del capitale; sostenere iniziative di deregolamentazione e liberalizzazione.

B) Accettare la competizione tecnologica e industriale con altri paesi e sistemi, adattando a quest’ultima i mercati del lavoro e i sistemi di sviluppo e produzione di beni e servizi.

C) Smetterla di pensare che «la democrazia liberale sia l’unica forma legittima di governo» 3 e accettare l’esistenza di altri sistemi politici, più in grado del nostro di favorire lo sviluppo delle società che governano.

L’ortodossia accademica, tanto dell’economia e della finanza quanto della scienza politica e delle relazioni internazionali, ha prodotto una sterminata letteratura a sostegno di queste tesi 4.


Carta di Laura Canali

Carta di Laura Canali


2. Non è detto che la realtà corrisponda del tutto a questa rappresentazione. Se l’essenza della globalizzazione sono l’internazionalizzazione della tecnologia e la libertà dei movimenti di capitale, il mondo è attraversato da conflitti volti a controllare tanto lo sviluppo tecnologico quanto i mercati finanziari. La liberalizzazione degli scambi commerciali, sancita simbolicamente dal passaggio dal Gatt alla Wto, ha innescato una strenua concorrenza per il controllo della proprietà intellettuale, «il mattone chiave della nuova economia» 5.

Nel momento in cui sono trasferibili i beni e i servizi ma non la tecnologia, la libera circolazione delle merci si riduce di significato: è come se l’hardwarefosse disponibile a tutti ma il software no. Ed è infatti questa restrizione che perseguono in particolare i paesi ricchi e sviluppati. Lo fanno attraverso le politiche seguenti.

A) Regolamentazioni competitive – e progressivamente più favorevoli alle imprese – in materia di brevetti e diritti d’autore per ciò che concerne la durata, l’estensione, la tutela rispetto ai concorrenti.

B) Imposizione di norme internazionali volte a limitare lo sviluppo della tecnologia nei paesi emergenti. L’accordo Trips (Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights) stipulato nell’ambito della Wto ha vietato la pratica del reverse engineering, per decenni elemento trainante dello sviluppo dei paesi emergenti (inclusa l’Italia del secondo dopoguerra) 6.

C) Concessione di sussidi alla produzione di tecnologia. Si pensi al programma statunitense Sbir (Small Business Innovation Research) o ai crediti fiscali all’innovazione assicurati dalla Francia, che ha pure varato una legge per il controllo azionario pubblico delle società a elevato contenuto tecnologico. Il sostegno pubblico porta inevitabilmente con sé vincoli all’esportazione della tecnologia (technology transfert); obblighi di incorporare una quota di tecnologia nazionale nei beni acquistati dalla pubblica amministrazione (il Buy America, ad esempio).

D) Utilizzo degli strumenti legali per difendere la proprietà intellettuale. Le cause e gli arbitrati miliardari a tutela dei brevetti – così come i tentativi compiuti dai governi di influenzare la nomina dei giudici delle Corti internazionali e la definizione delle legislazioni applicabili – costituiscono altrettante battaglie di una guerra commerciale senza esclusione di colpi. Alla quale partecipano attivamente il Patent Office statunitense e l’European Patent Office (Epo), con sede in Germania, diretto da un francese. Google e Apple spendono di più per acquisire e proteggere legalmente brevetti di quanto investano direttamente in ricerca e sviluppo 7.

La strategia ha avuto successo. Negli ultimi anni si è assistito a una vera e propria «corsa alla brevettazione»: le richieste inoltrate all’Epo sono aumentate del 32% nel periodo 2005-15, quelle avanzate al Patent Office americano del 29%, specie nei settori digital communication (+47%), computer technology(+41%) e biotechnology (+53%). Ma si tratta di una crescita che ha riguardato prevalentemente i paesi occidentali, che detengono quasi l’80% del patrimonio tecnologico globale. Il resto del mondo produce, in termini relativi, meno proprietà intellettuale oggi di dieci anni fa.

Il gap tecnologico – cioè il tempo che occorre a un gruppo selezionato di economie emergenti per disporre di una dotazione tecnologica comparabile a quella di un paniere di paesi occidentali – è cresciuto dal 2005 a oggi da 12 a 16 anni 8.

Sono numerose le conseguenze di questi fenomeni. La prima è un incremento relativo dell’attività di ricerca e sviluppo svolta dalle grandi imprese. Quelle con una capitalizzazione di mercato superiore ai dieci miliardi di dollari hanno visto crescere – nel periodo 2005-15 – la propria quota di investimenti in ricerca e sviluppo dal 28% al 35% delle spese complessive sostenute dal settore privato in questa attività 9.

I rendimenti di scala crescenti delle nuove tecnologie 10 favoriscono processi di concentrazione industriale e la creazione di monopoli o oligopoli costituiti da gruppi multinazionali che impongono standard produttivi a livello mondiale e condizionano le strutture regolamentari tanto dei loro paesi di origine quanto dei mercati di sbocco. I flussi di cassa generati dalla commercializzazione di beni ad alta tecnologia stimolano le acquisizioni di imprese dotate di un buon patrimonio di brevetti ma non in grado di competere con i più importanti gruppi del loro settore. Oltre il 65% del prezzo 11 al quale sono state acquisite imprese nei settori ad alta tecnologia negli ultimi vent’anni deriva dalla valutazione della loro proprietà intellettuale.

Anche la tutela di quest’ultima avviene secondo procedure caratterizzate da una crescente asimmetria: le risoluzioni arbitrali delle controversie sui brevetti – nelle quali sono favorite le grandi imprese, tanto per le risorse che sono in grado di impegnare quanto per il maggior potere che hanno di scegliere la legislazione di riferimento – sono state nel 2015 maggiori del 38% rispetto al 2005. Al tempo stesso, si è ridotto il numero di giudizi tenuti presso le Corti ordinarie dove, viceversa, lo svantaggio delle imprese minori dovrebbe essere più contenuto. Il 70% circa dei contenziosi si è concluso a favore dell’azienda di maggiori dimensioni 12.

Il mondo, dunque – più che un luogo dove le imprese commerciano liberamente e i governi si occupano di minimizzare i costi di transazione, come vorrebbe la retorica della globalizzazione – appare come un campo di battaglia dove si combattono guerre per la distribuzione del potere negli scambi di prodotti e servizi a più elevato valore aggiunto. E l’Occidente, questa battaglia, non l’ha perduta.


3. Un fenomeno analogo si è prodotto sui mercati finanziari. È cresciuta la dimensione degli intermediari che richiedono libertà dei movimenti di capitale, mercati omogenei e meno regolamentati dove ricercare opportunità di profitto, necessarie per sostenere il corso delle azioni e realizzare consistenti aumenti di capitale a loro volta indispensabili per finanziare la crescita.

I progressi nelle tecnologie informatiche consentono di sfruttare economie di scala e di gamma che giustificano l’incremento dei volumi e della presenza geografica degli operatori. Il processo si è completato con il passaggio da un sistema di sorveglianza diretto (tutto ciò che non è espressamente permesso è vietato) a uno indiretto (tutto ciò che non è espressamente vietato è permesso) e con l’introduzione di coefficienti patrimoniali che lasciano «liberi gli intermediari di assumere qualunque rischio purché dispongano di un capitale commisurato all’entità dei medesimi» 13.

La globalizzazione finanziaria – un’iniziativa dei governi statunitense e inglese per imporre le regole e il ruolo del sistema bancario anglosassone – ha dunque sconvolto le relazioni tra paesi, tra banche e governi, tra mercati e imprese.

La «tecnologia finanziaria», controllata dai grandi intermediari occidentali, prevale sul capitale. Quest’ultimo – la cui accumulazione è oggi concentrata nei paesi emergenti – ha perso di peso ed è diventato una sorta di «materia prima». In quanto tale vale poco perché la libertà di movimento lo rende praticamente infinito, e acquista rilevanza solamente quando, per generare un rendimento adeguato, viene «lavorato» dalle banche che lo incorporano in attività finanziarie da collocare sui mercati.

La riforma del sistema finanziario britannico del 1986 (il «Big Bang»); il Banking and Branching Efficiency Act statunitense del 1994, che eliminò le restrizioni sulle attività bancarie da uno Stato all’altro; l’abolizione, nel 1999, del Glass-Steagall Act che separava le attività bancarie commerciali da quelle di investimento; la frustrazione dei tentativi di applicare la legge Dodd-Franks del 2009; l’ampliamento della possibilità per i fondi pensione e le compagnie di assicurazione di investire sul mercato azionario americano, sono altrettanti strumenti per il sostegno del sistema finanziario occidentale e il controllo dei flussi di capitali 14.

I presupposti del benessere di un paese e della sua influenza nel mondo risiedono nella capacità di governare enormi trasferimenti di liquidità. Chi controlla i movimenti di capitale finanzia i percorsi di sviluppo della tecnologia e dei sistemi industriali e quindi la distribuzione del potere sui mercati dei beni e dei servizi.

I processi di liberalizzazione sono serviti ai maggiori intermediari per consolidare l’influenza sui mercati e acquisire capacità globali. Nel 2015, le cinque maggiori banche americane detenevano il 45% delle attività bancarie statunitensi, rispetto al 25% del 2000 15. Nel mondo, 42 banche – tutte di origine occidentale tranne cinque cinesi – gestiscono il 50% delle attività finanziarie globali 16.

L’Occidente, dunque, non ha perso potere rispetto al resto del mondo. Semmai ne hanno assai meno i governi occidentali. È certamente vero che lo sviluppo economico e il rafforzamento politico di Cina, India e altri paesi stanno ridefinendo il baricentro del mondo. Tuttavia, un significativo processo di distribuzione del potere è avvenuto all’interno dell’Occidente: la competizione per il controllo della tecnologia e dei mercati finanziari ha contribuito a trasferire enormi quote di potere dai governi alle principali istituzioni finanziarie e industriali. Le prime influenzano le politiche finanziarie degli Stati, gli investimenti pubblici – specialmente in infrastrutture – e l’evoluzione dei sistemi di welfare. Le seconde condizionano la dotazione tecnologica di un paese, il suo sistema industriale, le politiche per il mercato del lavoro, la distribuzione delle strutture produttive.

Le istituzioni finanziarie e industriali, nel sistema attuale, debbono rispondere prevalentemente ai requisiti stabiliti dai mercati (e pensare che la rivista Forbes, nell’ottobre 1951, aveva definito i capi delle grandi imprese «statisti industriali»…) e dispongono di una funzione obiettivo che non incrocia se non per caso quella dei cittadini.

Ci sono tre parti in commedia: il sistema finanziario, quello industriale e quello politico. Mentre i sistemi finanziario e industriale sono internazionali – vengono cioè governati dalle regole del mercato globale – quelli politici sono essenzialmente nazionali, a volte addirittura locali.

Semplificando ma non troppo, ogni sistema dispone di un suo referente: gli investitori, gli azionisti, i cittadini elettori. Senonché, gli investitori e gli azionisti possono «votare con i piedi», cioè spostare i loro capitali e vendere le loro azioni. E possono farlo tutti i giorni. Gli elettori decidono solamente quando vengono chiamati a farlo e, per di più, esercitando la loro sovranità in un ambito assai più ristretto di quello in cui operano le banche e le imprese, almeno quelle che contano. Cosicché le loro esigenze si infrangono contro un sistema sul quale le politiche dei singoli paesi hanno ben poco potere.

È comprensibile, pertanto, lo scarso fascino – al quale si possono far in un certo senso risalire alcuni sorprendenti risultati elettorali recenti – esercitato dalla democrazia liberale e la conseguente significativa riduzione del ruolo geopolitico dell’Occidente. Siamo divenuti una società polarizzata, dove convivono ricchezza e diseguaglianza. Principalmente a causa di un processo tecnologico che favorisce una redistribuzione del reddito senza precedenti, riducendo i salari reali, sganciandoli dalla produttività e mettendo a rischio la sopravvivenza della classe media, vera cifra distintiva delle società occidentali, mentre ovunque nel mondo si trovano i ricchi e i poveri. Dall’inizio del secolo – al contrario di quanto accaduto nella seconda metà del Novecento – il reddito di impresa viene allocato per circa il 35% al lavoro e il 65% al capitale, la cui liquidità viene assicurata dagli intermediari.

Il sistema finanziario amplifica il fenomeno. La tendenza a chiedere ai paesi meno solidi politiche di rigore che spesso divengono recessive, la preferenza per la liquidità delle imprese e per i loro risultati a breve termine, l’affidare ai mercati il nostro benessere sono altrettante spinte verso un mondo più polarizzato: nel film Gran Torino, Clint Eastwood viene licenziato perché il fondo pensione dell’azienda del vicino di casa aveva preteso una ristrutturazione che aumentasse i profitti della società per cui Eastwood lavorava.

Rispetto al passato, sono cresciuti i ricchi che non lavorano e ancor di più i poveri che lavorano. La ricchezza finanziaria pesa più del reddito da lavoro: la prima è concentrata, il secondo insufficiente. «Possiamo avere la democrazia o possiamo avere la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, ma non possiamo averle entrambe» 17.

Non è certo che le società occidentali reggano gli eccessivi livelli di diseguaglianza cui la globalizzazione della finanza le costringe. Un sistema democratico postula un accettabile livello di equità, senza il quale è a rischio la coesione sociale, si affievolisce il senso di appartenenza e viene svuotato il principio di sovranità. L’Occidente corre un pericolo significativo: le nazioni falliscono quando le loro istituzioni, un tempo inclusive, divengono escludenti e piegano economia e regole del gioco al servizio delle élite costituite 18.


Mondo piatto largo

Carta di Laura Canali


4. La democrazia, un prodotto tipico dell’Occidente, come d’altronde la globalizzazione, è lenta – «non corre», scriveva Tocqueville, perché «ci vuole più di un giorno per decidere del benessere dei cittadini». E si rivela dunque sempre meno in grado di governare i processi tecnologici, industriali e finanziari globali, che tendono a svuotare di significato i suoi istituti.

Cresce così la consapevolezza della nostra inadeguatezza, rafforzata dagli insensati e dannosi tentativi di esportare le nostre istituzioni sulle ali degli F18. Eppure non siamo portatori di istanze e valori così risibili. Li abbiamo costruiti in quattro secoli di elaborazioni filosofiche e religiose, ma anche di iniziative politiche. Ma non siamo più convinti di avere la storia dalla nostra parte.

Il nostro mondo sembra dunque essere immerso nella seconda fase del ciclo di accumulazione descritto da Braudel 19. Periodo caratterizzato dall’investimento del capitale in strumenti finanziari, dall’espansione dei mercati e della liquidità che favoriscono una crescita fondata sull’effetto ricchezza alimentato da bolle speculative. Quando queste scoppiano il debito accumulato diventa insostenibile e la depressione è dietro l’angolo.

Questa tesi spiega perché, ad esempio, le classi dirigenti sembrano essere meno interessate al welfare: quest’ultimo era funzionale al primo dei cicli definiti da Braudel, caratterizzato da una società fondata sull’investimento nell’industria manifatturiera. Che richiedeva personale «assistito» da garanzie pubbliche su salute e previdenza 20. La minore domanda di manodopera e la prevalenza dell’effetto ricchezza rispetto a quello di reddito, tipica di un sistema fondato su profitti finanziari, hanno reso meno rilevanti i meccanismi di protezione sociale.

Senonché, il capitalismo rischia di andare verso il tramonto. Vuoi per colpa della finanza – come sostiene Braudel – vuoi perché «i conflitti per il dominio della tecnologia emarginano l’economia capitalista e la concorrenza che ne è l’essenza, favorendo il monopolio» 21, secondo quanto afferma Severino. Ma poiché il capitalismo può esistere senza la democrazia mentre quest’ultima difficilmente potrebbe sopravvivere senza il primo, è il capitalismo che va salvato, in parte anche da se stesso 22.

E come salvarlo? Attraverso un processo di redistribuzione del potere all’interno dei sistemi occidentali che ridia spazio al ruolo e all’autonomia dei governi e conferisca valore al concetto di sovranità popolare, intesa come impegno degli istituti elettivi (diretti o indiretti) a rispettare – ma anche a interpretare e rendere compatibile con le «condizioni al contorno» – la funzione di preferenza dei cittadini.


5. Tale percorso deve partire affrontando il tema più pervasivo e influente: la dimensione dei mercati finanziari e le condizioni che questi impongono agli Stati e alle società che questi ultimi governano. Per essere meno instabili 23 e autoreferenziali, più controllabili e maggiormente compatibili con i bisogni della società, i mercati debbono diventare più piccoli. D’altronde, così grandi non servono.

Il valore delle attività finanziarie mondiali a fine 2015 ammontava a 741 trilioni di dollari 24, solamente un terzo dei quali (249 trilioni) era costituito da attività riferibili alla produzione di beni e servizi (azioni, obbligazioni, prestiti bancari), mentre 492 trilioni erano rappresentati da strumenti sintetici che nulla hanno a che vedere con investimenti industriali o iniziative commerciali.

Dove intervenire? Iniziamo con lo stabilire che l’introduzione di una distinzione tra capitali a lungo e a breve termine (applicata dall’Ocse sino alla metà degli anni Ottanta e poi abolita) e un differente trattamento fiscale dei loro movimenti limiterebbe i flussi a breve – vera causa delle eccessive dimensioni e dell’instabilità dei mercati – non scoraggerebbe gli investimenti a lungo termine e ripristinerebbe la separazione tra capitali «benefici» e «dannosi».

In un mercato meno ampio sarebbe più agevole introdurre forme di separazione operativa e specializzazione funzionale degli intermediari. Segregando le attività svolte in proprio (portafogli di proprietà, prestiti alla clientela) da quelle per conto terzi (asset management); insieme, distinguendo le attività di negoziazione di titoli da quelle di finanziamento di investimenti. Si ridurrebbero la dimensione media delle banche, la necessità di far crescere le masse gestite e i fabbisogni di capitale. Sarebbe utile una riforma dei coefficienti patrimoniali tale da incentivare il finanziamento degli investimenti industriali e limitare la propensione all’emissione di strumenti derivati non correlati con iniziative produttive e commerciali.

Più in generale, si dovrebbe prendere atto che la sola regolamentazione indiretta degli intermediari è insufficiente quando non distorsiva e immaginare una più efficace combinazione tra sorveglianza diretta e indiretta.

I mercati azionari adotterebbero un comportamento più lungimirante e meno impopolare se si ristrutturassero i parametri di remunerazione del management; si disincentivassero gli acquisti di azioni proprie (buyback) che sottraggono denaro agli investimenti; si vietasse di corrispondere dividendi infra-annuali (ciò raffredderebbe la ricerca di profitti a breve termine). E si reintroducessero le imposte di successione, impedendo che fortune immense, anziché essere messe al servizio di nuove iniziative imprenditoriali, finiscano in mano a eredi che vivranno di rendita e senza merito per intere generazioni. La ricchezza diventerebbe meno influente e quindi meno pericolosa per la democrazia.

Un ridimensionamento dei mercati e un loro maggior controllo non lascerebbe indifferente il campo di battaglia della tecnologia. In presenza di mercati finanziari meno aggressivi, i governi potrebbero ridurre la durata dei brevetti su tecnologie sviluppate con il supporto di fondi pubblici e obbligare i beneficiari di questi ultimi al pagamento di royalties da destinare a iniziative di diffusione della conoscenza.

Verrebbe favorita la creazione di «esternalità positive» e la restituzione alla società di parte dei capitali pubblici investiti per sviluppare tecnologie incorporate in prodotti commercializzati dalle imprese private; si potrebbero trasferire ai paesi emergenti le tecnologie «medie», in grado di sviluppare occupazione qualificata in quelle economie.

Inoltre, poiché l’attuale paradigma tecnologico induce alla formazione di monopoli, una rigorosa regolamentazione delle concentrazioni e dell’abuso di posizione dominante ridurrebbe il livello di conflittualità tra gruppi industriali e tra paesi. Sarebbe allora possibile limitare per legge il ricorso agli arbitrati internazionali sui brevetti, una forma di giudizio asimmetrica che tende a tutelare l’interesse privato e a non tener conto di quello pubblico.

Infine, dovrebbe essere riesaminato il ruolo delle organizzazioni economiche internazionali. Questi istituti, che sino a pochi anni orsono hanno tutelato le politiche più ortodosse, di recente hanno preso atto della necessità di rivedere alcuni assiomi della globalizzazione. Se saranno in grado di mostrarsi meno attenti agli interessi degli intermediari finanziari e delle grandi imprese manifatturiere, potranno dare un significativo contributo a rendere più «intelligente» la globalizzazione.

Perché, ad esempio, non richiedere l’introduzione di un salario minimo adeguatamente elevato a tutti i paesi membri della Wto? Sarebbe nell’interesse dei cittadini dei paesi emergenti o più poveri, ma al tempo stesso tutelerebbe dalla concorrenza al ribasso i lavoratori delle nazioni avanzate, contribuendo altresì alla distribuzione meno distorta del reddito d’impresa. Se i governi di queste ultime e le organizzazioni sovranazionali si facessero portatori di un processo volto a redistribuire il potere che una globalizzazione incontrollata ha affidato a relativamente poche istituzioni, contribuirebbero a ricostruire il rapporto tra governanti e governati, a ridare significato alla democrazia liberale e a rafforzare la leadership dell’Occidente.

Già, ma a chi spetta questo compito? Sino al 23 giugno del 2016, e poi magari anche sino all’8 novembre dello stesso anno, avremmo detto al «Nordatlantico». Quell’insieme tutto sommato piuttosto omogeneo di storia, cultura, regole e istituzioni composto da Stati Uniti ed Europa. Ma gli Usa sono oggi guidati da un’amministrazione che non sembra interessata a quel «moderato multilateralismo» 25 che ha caratterizzato la miglior leadership americana del secondo dopoguerra.

Dunque resta l’Europa, pur stretta tra il neoisolazionismo americano e una Russia geopoliticamente ambiziosa ma non in grado di governare processi globali. Eppure l’Europa, anche da sola, può fare molto. È il più grande mercato di beni e servizi al mondo, intermedia quasi il 30% delle attività finanziarie globali e gode del maggiore patrimonio di infrastrutture – tangibili e immateriali – del pianeta.

Le decisioni che l’Unione Europea assume in fatto di brevetti, proprietà intellettuale, regolamentazione bancaria e finanziaria, allocazione degli investimenti pubblici condizionano le scelte di imprese, banche e governi. La ridefinizione del rapporto tra la politica e i mercati potrebbe costituire quell’impegno il cui adempimento – non facile, è evidente – ridarebbe ruolo e significato all’Ue. Le istituzioni europee non sarebbero più percepite come una sovrastruttura dannosa e autoreferenziale. Inizierebbe così una nuova fase della storia del Vecchio Continente, segnata dalla riconquista di una leadership che in passato si era guadagnata con le armi e della quale sembra avere smarrito il senso.





permalink | inviato da fiordistella il 13/11/2017 alle 21:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


27 ottobre 2017

EKATERINBURG




permalink | inviato da fiordistella il 27/10/2017 alle 14:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa


25 settembre 2017

VEGANO E' ETICO?

Ci sentiamo bene mentre sbocconcelliamo i nostri toast di avocado con maionese di anacardi, bevendoci su latte di mandorle a bicchierate: nessun animale è stato soppresso per il nostro spuntino, non lo abbiamo sfruttato depredandolo di carne, latte uova.

Che soddisfazione, siamo davvero etici quando mangiamo vegano.

Pensiamoci un momento: è così semplice? Basta cibarsi di polpette di soia e spezzatino di tofu per lavarsi la coscienza?

Davvero l’etica, il moto dell’animo che dovrebbe farci tendere verso il bene comune, può essere spiegata con le parole di Giulia Innocenzi che nel suo libro “Tritacarne” afferma che etica significa “non uccidere gli animali”?

Il fatto che insieme a lei lo pensino milioni di vegani nel mondo, significa che dobbiamo rassegnarci alla risposta della giornalista del Fatto Quotidiano alla domanda sul significato di etica?


Cosa succede a me e al mondo se divento vegetariano?

Vegetariani e vegani: bocciati in sostenibilità


Certo, anche noi ci siamo abbeverati alla fonte di Matteo Leonardon, che sul sito The Vision è arrivato a una conclusione diversa: vegano non è etico, per niente. Né per la maggior parte della popolazione e nemmeno per l’ambiente.

Vediamo perché.

È etica la quinoa?

Per buona parte dei vegani la quinoa è un alimento da cui non si prescinde, un serbatoio di proteine che non prevede abbattimenti di mucche e vitelli.

Nutrimento principale, un tempo unico, delle popolazioni di Bolivia, Perù e in generale del Sud America, la quinoa, a causa delle esportazioni nei ricchi paesi occidentali o degli scambi commerciali con i prodotti industriali delle economie avanzate, è oggi troppo costosa per i residenti.

quinoa raccolta

Il prezzo della quinoa in Perù è di 10 soles, cioè 2,70 euro, quattro volte più caro del riso e superiore persino a quello del pollo. Allo stesso tempo, privati del loro alimento principale, troppo costoso rispetto a snack, hamburger precotti e merendine, i bambini peruviani sono secondo l’Unicef tra i più colpiti dalla malnutrizione infantile, con una percentuale del 19,5%.

Anche in Bolivia il prezzo della quinoa è triplicato, oggi raggiunge i 3000 euro a tonnellata, che lievitano a 4 o 8000 per le specie più pregiate. Prezzi che la popolazione locale non può permettersi.

Aumenta anche la criminalità, che si appropria dei terreni da coltivare a quinoa con rapimenti e intimidazioni, spesso distruggendo la biodiversità delle specie vegetali, tutte abbandonate a favore della monocoltura di quinoa.

Sono etici gli anacardi? 

La maionese di anacardi nelle ricette vegane sostituisce latte o formaggi.

Il 40 % degli anacardi arriva dal Vietnam, molto spesso da campi di recupero dove i tossicodipendenti sono sottoposti al lavoro forzato e obbligati a tenere un ritmo di estrazione di un anacardo ogni 6 secondi.

Per chi non riesce a mantenere il ritmo sono previste percosse con bastoni chiodati, isolamento, digiuno e privazione dell’acqua. Sono stati provati casi di torture con elettroshock, non per nulla li chiamano “anacardi insanguinati”.

Il 60% degli anacardi viene lavorato nell’India meridionale, dove le donne, sedute nella stessa posizione per 10 ore al giorno, sono incaricate di rompere il guscio esterno. Operazione che provoca spesso la rimozione dei due gusci interni, in questo modo gli anacardi rilasciano un olio caustico, l’acido anacardico, che brucia in modo permanente le pelle delle donne che non possono permettersi dei guanti protettivi.

Tutto per 2,20 euro al giorno.

È etico il latte di mandorle?

Negli ultimi 5 anni, a causa del successo ottenuto del latte di mandorle –un vero boom– il prezzo è triplicato. È molto apprezzato dai vegani perché non di origine animale ma pure per il contenuto di calcio.

La richiesta ha costretto l’Italia a importare il quantitativo necessario di mandorle dall’estero, in particolare dalla California, che produce l’82% di tutte le mandorle del mondo.

Una coltivazione intensiva che ha prosciugato le riserve idriche della California, visto che per produrre una singola mandorla servono oltre 4 litri di acqua e che la California ne produce ogni anno 950.000 tonnellate. La conseguenza è stata una siccità diffusa, con effetti devastanti su flora e fauna, che ha portato alla moria di 4 mila cervi in un anno, oltre a linci, volpi e orsi.

È etico l’avocado?

Il re delle nostre tavole, ormai nessuno ne vuole più fare a meno. Ma pochi sanno che per produrre un chilo di avocado sono necessari 540 litri di acqua, col risultato che tra mandorle e avocado la California negli ultimi 4 anni ha attraversato lunghi periodi di siccità, i peggiori di sempre.

Non va meglio per il Messico, che negli ultimi 10 anni ha decuplicato le esportazioni di avocado. La grande richiesta, a cui il paese non riesce a far fronte, ha portato a una deforestazione di circa 700 ettari all’anno per far posto alle piantagioni di avocado.

L’enorme quantità di concimi di sintesi, pesticidi e fertilizzanti richiesti dalla coltivazione degli avocado, ha inquinato le falde acquifere, con danni e disagi per la popolazione e gli animali. Senza contare le ingerenze delle organizzazioni criminali che taglieggiano i produttori con appendice di omicidi, rapimenti e stupri per chi non segue le regole

È etica la soia?

Ma il maggior danno ambientale è causato dalla soia, responsabile di buona parte della distruzione internazionale delle foreste. Per la coltivazione ogni anno viene distrutto il 3% della foresta pluviale argentina: otto milioni di ettari, l’estensione del Portogallo.

deforestazione amazzonica

In Brasile è sparito dal ’78 a oggi l’equivalente di Italia e Germania. Considerando che la foresta pluviale produce quasi il 30% dell’ossigeno terrestre e regola il riscaldamento globale, ci si può fare un’idea dell’enorme danno ambientale causato dalle coltivazioni di soia.

Tutto ciò considerato, possiamo affermare oltre ogni ragionevole dubbio che vegano significa etico?

O non sarebbe il caso di scomodare l’etica, come fa notare The Vision, solo ed esclusivamente per il digiuno?

www.dissapore.com




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17 settembre 2017

IL PIANO SOLA

Il Piano Sòla

da Il Fatto Quotidiano, 16 settembre 2017 

Facciamo finta che un ufficiale dei Carabinieri, il capitano Giampaolo Scafarto, indaghi su un traffico di rifiuti. E raccolga pesanti prove sulle persone più vicine a un personaggio molto noto, Caio Sempronio: non solo intercettazioni, ma addirittura il pizzino scritto da un imprenditore con cifre di 30 mila euro al mese e 5 mila euro a bimestre con accanto le sigle del padre di Sempronio e del di lui compare, più richieste di 2 milioni per salvare il giornale di Sempronio, in cambio di raccomandazioni e incontri col braccio destro e il braccio sinistro di Sempronio. Il carabiniere si convincerà che nel traffico di rifiuti c’entri pure Sempronio. E, felice per la svolta della sua indagine, la confiderà a un pm con cui lavora da un anno: “Scoppierà un casino. Arriviamo a Sempronio”. Il pm si congratulerà con lui, raccomanderà prudenza, lo spronerà ad andare fino in fondo senza guardare in faccia nessuno. E, quando la storia verrà fuori, il carabiniere riceverà applausi ed encomi, mentre le tv si contenderanno la storia per girarci una fiction. 

La scena appena descritta pare si sia verificata nel settembre 2016 fra il capitano del Noe Giampaolo Scafarto e il pm di Modena Lucia Musti. Ma non riguarda un traffico di rifiuti, bensì un traffico d’influenze con tangenti incorporate, a carico di una gang sospettata di voler truccare la gara Consip per il più grande appalto d’Europa (2,7 miliardi). Poi ci sono soffiate e favoreggiamenti. E l’entourage coinvolto non è quello di Caio Sempronio, ma di Matteo Renzi. Che è il minimo comune denominatore di tutti i protagonisti: il padre Tiziano, il fido Carlo Russo, l’imprenditore e finanziatore Alfredo Romeo, l’ad di Consip Luigi Marroni, il ministro Luca Lotti, l’ex consigliere Filippo Vannoni, gli amici generali Del Sette e Saltalamacchia. 

Quindi il finale della storia è diametralmente opposto. Il 17 luglio la pm Musti denuncia Scafarto e il suo ex capo Sergio De Caprio “Ultimo” al Csm (che non ha alcun potere su di loro: tutta acqua al mulino di chi vuole cacciare il pm Woodcock). Svela due colloqui privati: con Ultimo nella primavera 2015 su Cpl Concordia e con Scafarto nel settembre 2016 su Consip. Dipinge i due come “esagitati”, “spregiudicati”, in “delirio di onnipotenza”, e il secondo come autore di “informative scritte coi piedi” su “chiacchiere da bar”. Ma non spiega perché non segnalò 30 mesi fa quelle orrende condotte ai vertici dell’Arma, ma continuò a lavorare con il putribondo figuro e attese le controindagini e la campagna renziana per esultare (“Finalmente l’hanno preso”) e vuotare il sacco a scoppio ritardato. 

Così ora le sue parole – dopo tante allusioni di Renzi, molto informato sui fatti segreti – vengono usate da ministri e politici di ogni colore per accusare il Noe di complotto anti-Renzi, colpo di Stato, un nuovo Piano Solo con tintinnio di sciabole, in combutta con i pm di Napoli che hanno scoperto lo scandalo e al giornale (uno a caso) che l’ha rivelato; e per occultare le prove sull’appalto truccato e le soffiate istituzionali che hanno rovinato l’indagine e salvato gli indagati dalla galera. 

Ma che c’entrano i due ufficiali con la pm di Modena? Nel 2015 la Procura di Napoli le trasmette per competenza un filone dell’inchiesta sulla coop emiliana Cpl Concordia, sospettata di pagare mazzette e di avere rapporti con la camorra. Inchiesta seguita direttamente da Scafarto e coordinata dall’allora vicecomandante De Caprio, che dunque incontrano la Musti, assegnataria del fascicolo, per i normali scambi di informazioni sulle indagini da compiere. Ora, due anni dopo, la pm si accorge improvvisamente che gli ufficiali volevano metterla sotto pressione con la frase “Se vuole ha una bomba in mano e può farla esplodere”, solo perché sottolineavano gli alti ambienti coinvolti (si parlava di D’Alema, dell’ex fondazione di Minniti, dei rapporti Pd-coop rosse) e l’esigenza di non fermare le indagini. All’epoca non disse niente a nessuno, ma ora si sente coartata fuori tempo massimo e riferisce tutto al Csm. E aggiunge una circostanza, anch’essa del tutto neutra: nel faldone arrivato da Napoli erano rimaste le intercettazioni captate fra il generale della Gdf Michele Adinolfi (prima indagato e poi archiviato) e l’allora segretario Pd Renzi alla vigilia della salita a Palazzo Chigi. Conversazioni penalmente irrilevanti e già segretate da Woodcock, anche se poi le pubblicò il Fatto perché i pm (non Woodcock: altri) non le avevano espunte da un fascicolo in mano agli avvocati.

Ora i giornaloni insinuano che i diabolici Scafarto e De Caprio le abbiano allegate appositamente al dossier spedito a Modena per farle uscire e screditare il povero Matteo: peccato che il Fatto le abbia scoperte per tutt’altra via, e cioè da un fascicolo depositato alle parti a Napoli e dunque non segreto; e che quattro sottufficiali del Noe a suo tempo indagati per rivelazione di segreto siano già stati archiviati (a proposito di fughe di notizie: il verbale della Musti davanti al Csm è segretissimo, eppure ieri, appena trasmesso alla Procura di Roma, è finito su Corriere, Repubblica e Messaggero: chi è l’autore di questa fuga di notizie? E qualcuno indagherà, anche se non c’è di mezzo ilFatto?). 

Un anno fa, poi, la pm Musti incontra di nuovo Scafarto del Noe, di cui evidentemente continua a fidarsi malgrado le terribili minacce del 2015, sempre per il prosieguo delle indagini sulla coop. E lì il capitano le confida di un’altra indagine con i pm di Napoli. Lei, secondo i giornali, sostiene di aver sentito: “Scoppierà un casino, arriviamo a Renzi” (non – si badi bene – “Vogliamo arrivare a Renzi”, come traducono i fantasiosi fautori dell’accanimento inquisitorio e della congiura). De Caprio nega di aver mai parlato di “bombe” su Renzi e di averlo mai nominato. Scafarto nota di non essere mai stato indagato a Modena per quella presunta violazione del segreto. In ogni caso, dire che l’inchiesta portava a Renzi non era ammettere un complotto, ma comunicare un dato di fatto, alla luce della lettura data dal Noe delle prove raccolte nell’ultimo mese. 

Il 3 agosto 2016 Carlo Russo parla con Romeo, che gli chiede un incontro con Tiziano Renzi per un aiutino in Consip. Il 31 agosto, il 7 e il 13 settembre i due si rivedono per parlare di un “accordo quadro” per arrivare a Renzi e dunque a Consip tramite babbo Tiziano e Lotti. Il 14 settembre Romeo verbalizza in un pizzino (e poi in un altro) l’“accordo quadro” stipulato con Russo: darà 400 mila euro all’anno a T. e a C.R. (oltre ai 2 milioni circa chiesti da Russo per salvare l’Unità, organo del Pd di Renzi). Che dovevano dedurre, gli inquirenti, se non che l’inchiesta poteva portare a Renzi? Che i due ufficiali abbiano nominato o meno Renzi con la pm, non cambia nulla: a parte l’imprudenza, che avrebbero potuto e dovuto risparmiarsi, non c’è nulla di scandaloso nel dire una verità – per quanto segreta – a un pm con cui si lavora, peraltro tenuto al segreto investigativo. E quella frase, qualunque essa sia, non sposta di un millimetro le prove raccolte nell’inchiesta Consip (quella vera): i pizzini di Romeo (ritenuti autentici dal Riesame tre giorni fa); la tangente di 100 mila euro pagata da Romeo al dirigente Consip Gasparri (che l’altroieri ha patteggiato 20 mesi e restituito la somma); le testimonianze del dirigente Pd Alfredo Mazzei e dell’ex sindaco Pd di Rignano, Daniele Lorenzini, su un incontro fra Romeo e Tiziano (che, al telefono con Matteo, non esclude di aver visto Romeo “al bar”); la testimonianza di Marroni sui “ricatti” subiti da Tiziano e Russo per favorire Romeo nel mega-appalto e sulle soffiate di Vannoni, di Del Sette, di Lotti e di Saltalamacchia; e la coda di paglia lunga chilometri di babbo Tiziano che, avvertito dal solito uccellino, smise di telefonare e addirittura iniziò a parlare con gli amici solo nel bosco di Rignano, lontano da telefonini e Trojan Horse. 

Se qualcuno ha complottato contro Renzi, sono i suoi cari, non i carabinieri. Finirà che ha ragione, a sua insaputa, Matteo Orfini: “Questo è il Watergate italiano”. Solo che nel Watergate americano lo scandalo erano i traffici del potere; gli inquirenti che lo scoprirono e i giornalisti che lo svelarono furono premiati; e il presidente Nixon se ne andò. Qui, dopo Marroni (l’unico non indagato), vogliono far fuori i carabinieri, i pm e i giornalisti per salvare inquisiti & compari. Più che il Piano Solo, il Piano Sòla.

16 settembre 2017




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24 agosto 2017

SALSA CON MUSICA-VIDEO :-)

http://www.lastampa.it/2017/08/24/multimedia/societa/conserva-di-pomodori-fatta-in-casa-cos-si-prepara-al-sud-con-molta-ironia-6vcnuWyW1gDoHYrq5jEoFL/pagina.html




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21 agosto 2017

SALSA SENZA MUSICA

Mi sto dedicando alla conserva di pomodoro. Cotta con tutti i crismi, oltre che con quasi tutte le verdure. E' un'incombenza agostana ormai annosa :-)




pomodoro-immagine-animata-0018




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1 agosto 2017

ACQUA REFERENDARIA

Crisi idrica a Roma: fra lacrime di coccodrillo e interessi finanziari

di Marco Bersani

Mentre scrivo questo pezzo, gli abitanti di Roma e dei comuni del lago di Bracciano non sanno ancora cosa succederà nei prossimi giorni: si inseguono tavoli e cabine di regia fra la Regione Lazio, che con decreto ha deciso di bloccare i prelievi di acqua dal lago di Bracciano per scongiurare un disastro ambientale, Acea, che ha conseguentemente deciso il razionamento dell’acqua per un milione e mezzo di abitanti di Roma, il Comune di Roma, che assiste imbarazzato, e il Governo, che potrebbe dichiarare lo stato di calamità.

In nessun caso, ai cittadini e alle comunità locali viene data voce. Al contrario, sembrano essere utilizzati come scudi umani dentro un conflitto di interessi particolaristici che va dagli interessi finanziari di Acea, che non possono tener conto dei vincoli ambientali, al conflitto tutto “politicista” fra Regione Pd e la grillina Roma Capitale.

Che i cittadini siano ostaggi di altri interessi è reso del tutto evidente dal comportamento di Acea, perché delle due l’una: come fa Acea a dichiarare di prelevare dal lago di Bracciano una quantità irrisoria di acqua e nello stesso tempo a minacciare, se quel prelievo viene bloccato, il razionamento per un milione e mezzo di abitanti? Le due cose non stanno insieme, e tanto meno la strumentalizzazione sottesa alla privazione di un diritto fondamentale come l’acqua.

Dietro queste drammatiche schermaglie, si avverte tutto il pressappochismo delle classi dirigenti politiche e tecniche, le quali, sapientemente, continuano a rimuovere una consapevolezza che, se assunta, manderebbe all’aria l’intera dottrina liberista del mercato come unico regolatore sociale.

Siamo nel pieno di cambiamenti climatici in corso e tuttavia si continua a fingere che le stagioni siano quelle di una volta e ci si stupisce della frequenza del binomio siccità/alluvione, quando è ormai divenuto la nuova normalità metereologica.
Sembra distrazione, ma non lo è. Perché la consapevolezza di questo mutamento epocale obbligherebbe tutte le istituzioni a ragionare su prevenzione, interventi a breve, medio e lungo termine, programmazione e partecipazione delle comunità territoriali: tutte cose espunte dalla dottrina liberista dei soldi “sporchi, maledetti e subito”, per ottenere i quali ogni attività dev’essere immediatamente redditizia in maniera misurabile e il tempo delle scelte non può andare oltre gli indici di Borsa del giorno successivo.

Il dato di fatto che emerge da questa crisi idrica, finita sui giornali di tutto il mondo, è il fallimento del modello privatistico di gestione dell’acqua: venti anni di società per azioni finalizzate al profitto (e spesso, come Acea, collocate in Borsa) hanno comportato una drastica riduzione degli investimenti (siamo ad un terzo di quelli messi in atto dalle precedenti municipalizzate), un profondo peggioramento delle condizioni di lavoro e della qualità dei servizi offerti e un esponenziale aumento delle tariffe a carico dei cittadini.

E’ contro tutto questo che, nel giugno 2011, oltre 27 milioni di italiani hanno deciso, attraverso due referendum popolari, di togliere l’acqua dal mercato e di eliminare i profitti dall’acqua: una decisione sovrana, mai attuata e costantemente ostacolata, fino a far proseguire, grazie alla trappola/shock del debito pubblico, le politiche liberiste di espropriazione dei beni comuni.

D’altronde sono gli stessi bilanci delle grandi multiutility a certificarlo. Un dato sopra tutti:  le quattro “sorelle dell'acqua” (IREN, A2A, ACEA, HERA), ossia le quattro grandi società multiutilitiy quotate in borsa, tra il 2010 e il 2014 hanno distribuito oltre 2 miliardi di € di dividendi ai propri soci, addirittura oltre 150 mln di € in più degli utili prodotti nello stesso periodo. 

O, per rimanere alla stretta attualità capitolina, ACEA ATO 2 S.p.A. tra il 2011 e il 2015 ha distribuito in media come dividendo ai propri soci (quasi esclusivamente ACEA S.p.A.) il 93 % degli utili prodotti, ossia circa 65 mln di €/anno, per poi ottenere dalla stessa ACEA S.p.A. finanziamenti a tasso di mercato per poter fare gli investimenti.

Ciò che tuttavia stupisce è lo stupore. Le uniche possibilità di trarre profitti dalla gestione dell’acqua risiedono in cinque fattori: la diminuzione del costo del lavoro, la riduzione della quantità/qualità dei servizi offerti, la riduzione degli investimenti, l’aumento delle tariffe e l’aumento dei consumi di acqua. Ovvero, tutti fattori in netto contrasto con il diritto all’acqua come bene comune da conservare per le generazioni future e tutti fattori che si sono contemporaneamente verificati nella stagione delle privatizzazioni.

Come se ne esce? Gli strumenti ci sono e ciò che continua a mancare è solo la volontà politica.

Un piano per il riassetto idrogeologico del territorio e per il riammodernamento delle infrastrutture idriche costerebbe 15 miliardi e produrrebbe 200.000 posti di lavoro puliti e socialmente utili. 
Non ci sono i soldi e i vincoli finanziari europei non ce lo permettono? Peccato che, proprio in questi giorni, il Parlamento stia dilapidando, con il beneplacito dell’UE, 17 miliardi per regalare Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca al colosso IntesaSanpaolo.

E ancora:se esiste un’emergenza idrica, essa dovrebbe chiamare in causa tutti i soggetti. Perché allora le aziende di gestione dell’acqua non deliberano la distribuzione di dividendi zero agli azionisti per destinare le risorse agli investimenti necessari? Ma se ciò succedesse “perché i privati dovrebbero stare nelle gestioni dell’acqua?”direbbe qualcuno. “Esatto” è la risposta che rende il re nudo: i privati sono nelle gestioni dei beni comuni solo ed esclusivamente per estrarre valore finanziario dagli stessi.

Come si vede, le ragioni della vittoria referendaria sono ancora tutte valide e l’attuazione di quella decisione costituirebbe l’unica possibilità di invertire la rotta.
Come ben sanno, pur facendo finta di non sapere, tanto la sindaca di Roma, Raggi, che aveva messo nel programma elettorale la ripubblicizzazione di Acea Ato2 ed ora affianca Acea nella battaglia contro i diritti dei cittadini; quanto il Presidente della Regione Lazio, Zingaretti, che si fa paladino della tutela del lago di Bracciano, salvo dimenticarsi di emettere i decreti attuativi di una legge regionale d’iniziativa popolare, approvata tre anni or sono, la cui realizzazione invertirebbe la rotta proprio sui temi della crisi idrica in corso.  

(28 luglio 2017)




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17 luglio 2017

FALCONE

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8 aprile 2017

MONICA CIRINNA'

3 aprile 2017-Espresso

Renzi è stato un pessimo segretario che va lasciato alle spalle». Monica Cirinnà, il cui nome è legato alla legge sul riconoscimento delle unioni civili, si è sentita ignorata dai vertici dopo la stagione dei diritti arcobaleno. Oggi parla all'Espresso del PD come di un partito isolato e immobile: «Siamo fermi sullo ius soli, sul contrasto all’omofobia, su tutta la parte della questione delle pari opportunità».
Senatrice qual è lo stato dei diritti lgbt in Italia? Dopo le unioni civili siamo a un punto fermo?

Oltre 1600 coppie hanno celebrato la loro unione civile. Un numero importante che ci racconta qualcosa: c’era molto bisogno di dare, non solo sicurezza giuridica, anche visibilità a questi amori: l’omofobia si combatte con la normalità quotidiana.

A proposito di omofobia: che fine ha fatto la legge nazionale (ddl Scalafarotto ndr), per il contrasto all’omo-transfobia? 
La legge nazionale è ferma. Il lavoro fatto alla Camera non è stato un buon lavoro. L’accettazione di un emendamento all’ultimo momento ha svuotato di senso quella legge che così com’è non serve a combattere l’omofobia. Una legge del genere non la vuole la parte più avanzata e progressista del PD a cui mi ascrivo, e non la vuole il movimento LGBT.

Lei fa riferimento all’emendamento Gitti che esclude dall'applicazione del reato di omofobia le "opinioni espresse all'interno di organizzazioni di natura politica, culturale o religiosa". Ma Senatrice l’emendamento è stato presentato da un deputato ex Scelta Civica che oggi fa parte del Partito Democratico
Il nostro è l’unico partito in Italia nel quale nessuno mette il silenziatore a nulla. Da noi non funziona come il M5s dove le linee dissonanti vengono censurate. Essendo un partito veramente democratico, abbiamo all’interno tante diversità che vanno valorizzate ma anche ricondotte ad un’unità. È evidente che una legge contro l’omofobia, se la si vuole fare, deve avere un senso e deve essere efficace. Non serve svilirla con emendamenti del genere.

Il Comitato Onu per i diritti umani ha pubblicato il suo ultimo report sulle Osservazioni sull’Italia, c’è una sollecitazione a completare la legge sulle unioni civili legiferando sulla genitorialità delle coppie gay e lesbiche.
È un lungo percorso che dobbiamo affrontare per arrivare al matrimonio egualitario. Le ultime sentenze hanno dimostrato che la strada dell’adozione co-parentale è ormai superata. Serve una responsabilità genitoriale piena. I bambini sono tutti uguali e devono avere tutti gli stessi diritti.

Lei ha discusso con la senatrice cattodem Emma Fattorini su genitorialità omosessuale di recente. In passato un’altra senatrice cattodem Rosa Maria Di Giorgi, ha espresso critiche forti contro la stepchild e oggi propone qualcosa che va addirittura oltre?
I nomi che ha fatto sono il passato. Stiamo andando verso il congresso del Partito Democratico e a breve andremo ad elezioni. Sarà il nuovo parlamento, che io auspico sia fatto di persone laiche, libere, democratiche a dare l’ultima risposta in tema di uguaglianza cioè a dire tutte le coppie sono uguali tutte le famiglie sono uguali nel rispetto della costituzione. Le colleghe di cui lei ha fatto i nomi devono sapere che la Costituzione viene prima delle loro appartenenze religiose.

Lei è sempre stata considerata una donna fuori dalle correnti e dalle appartenenze, anche se negli ultimi anni è stata molto vicino a Renzi per via del suo disegno di legge, ora sostiene Andrea Orlando
Sostengo Orlando per due motivi molto chiari. Il primo è che subito dopo l’approvazione della legge sulle unioni civili io mi aspettavo che il grande fiume dei diritti avesse rotto la diga e potesse riversare le sue acque di libertà verso tante persone che stanno aspettando. Ciò non è accaduto, guardi lo ius soli. Il secondo motivo è che sto lavorando per avere un segretario del Partito Democratico che trasformi il partito dell’io in quello del noi. Vengo da un’esperienza politica molto particolare: dai Verdi, mi sono sempre occupata di diritti. Non voglio sentirmi ospite sgradita in una casa nella quale ci si colloca per le proprie provenienze. Quella delle correnti è una visione che mi fa venire il mal di stomaco.

Il Partito Democratico è diventato il “Partito di Renzi”, secondo l'espressione coniata da Ilvo Diamanti? 
Negli ultimi anni il PD è stato motore del cambiamento e senza questa forza propulsiva non ci saremmo riusciti. Io ricordo cos’era quello di Bersani: prese il 25 per cento nel 2013 e non riuscì neanche a eleggere il presidente della Repubblica. Va bene lasciarsi alle spalle il PD di Bersani e va bene lasciarsi anche quello di Renzi. Ma non voglio mischiare il piano del governo con il piano del partito. Renzi è stato un bravo Presidente del Consiglio ma un pessimo Segretario del PD. Il partito è un luogo di dialogo, inclusione, discussione ma soprattutto ascolto. Non puoi avere nemici tutti i sindacati, tutto il mondo della scuola ed etichettarli come gufi senza ascoltarli. Renzi non può fare il segretario del PD, forse potrà fare il premier ma questo si vedrà.

Non si è sentita ascoltata da Renzi dopo l’approvazione delle unioni civili? 
Assolutamente no. Dopo l’ottenimento del primo parziale risultato sui diritti civili, personalmente non sono stata più ascoltata né coinvolta in nulla. Tutto ciò che ho chiesto di poter fare non è stato fatto. Siamo fermi sullo ius soli, sul contrasto all’omofobia, su tutta la parte della questione delle pari opportunità. Anche sul sostegno di quei bravi e coraggiosi governatori penso a Zingaretti, ad esempio nell’attuazione piena della 194 abbiamo il freno a mano tirato perché stiamo al governo con i fratelli coltelli del nuovo centro destra che alzano il prezzo sui diritti e sulla libertà delle persone.

Cosa può offrire Andrea Orlando al PD?
La capacità di ascoltare e di ripartire dal basso. Ogni singolo circolo del Partito Democratico deve diventare una casa comune per tutti coloro che vogliono trovare un interlocutore per i loro bisogni e per le loro necessità ma soprattutto per i loro valori. L’Italia è diventato un luogo grigio, dove nessuno sorride più. L’incertezza per il proprio futuro lavorativo, politico e sociale scatena due reazioni: una è la rabbia che si concretizza con il voto al M5s, a chi vuole distruggere tutto. L’altra è la paura: dei nuovi italiani che possono arrivare e rubarti il futuro, dei valori culturali e religiosi diversi dai tuoi.

Senatrice lei sta descrivendo un partito di sinistra
Non sono la sola. Quello che immaginiamo tutti è un partito che parli di temi di sinistra, che parli ai lavoratori, ai ragazzi che cercano un futuro, ai pensionati ma che prima di parlare ascolti. Perché se noi abbiamo fatto una riforma della scuola sicuramente buona per certe cose abbiamo assunto 100mila precari però ci tirano le pietre per strade è perché non abbiamo dialogato con gli studenti, con professori. Bisogna riprendere da qui, dal dialogo.

C’è stata una sordità da parte dei vertici del partito?
Io direi un arroccamento molto forte su alcune posizioni ritenute dominanti, senza ascoltare il mondo intorno. Per scrivere la legge sulle unioni civili ho viaggiato materialmente per due anni facendo assemblee dalla Valle d’Aosta a Catania. Consumare le suole delle scarpe serve. Uscire dal palazzo, incontrare le persone e ascoltare. La politica deve dialogare, solo così le persone si innamorano. Serve coraggio. Basta con questi “io”. Le cose le dobbiamo cambiarle insieme.




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17 marzo 2017

IL PRIMO AMORE AL TEMPO DEI SOCIAL

«Secondo me, ci potresti pure limonare». Eravamo all’inizio della seconda media, dodici anni o giù di lì. E fino al giorno prima avevo giocato per anni, fino alla consunzione, con gli stessi soldatini e la stessa confezione di Lego. Non ebbi il coraggio di dire a Flavio – il compagno di classe che la sapeva lunga, perché aveva fratelli più grandi – che non avevo la più pallida idea di che cosa significasse, «limonare». E mi tenni il dubbio per i giorni a venire.

Non c’era Internet, né tutto il sesso esplicito che ha portato con sé. E se crescevi in una famiglia pudica, quale era la mia, c’era caso che non avessi mai nemmeno intravisto degli organi genitali, a eccezione dei tuoi. Anche perché di educazione sessuale, nemmeno a parlarne (in questo, ahimè, non siamo cambiati poi molto). Mancava poco che, per me, i bambini li portasse ancora la cicogna. Così le prime esperienze amorose, e vagamente legate alla sessualità, erano figlie del passaparola. A volta criptico, come nel mio caso.

In quarant’anni le cose sono cambiate, e molto. A cominciare dal fatto che, come per tutto il resto, anche in fatto di sessualità i Duemila – gli adolescenti di oggi – sono esposti a una mole di informazioni e di relazioni che noi non potevamo nemmeno immaginare. Così rete, social network e chat contribuiscono in misura rilevante alla loro «educazione sentimentale», nel bene e nel male.Ma – come racconta Paola Cicerone nel dossier di questo numero – l’immagine che emerge dalle cronache delle nuove generazioni che si affacciano all’età adulta nell’era di Internet non è del tutto 
affidabile. Non di rado leggiamo sui giornali di giovani indifesi alla mercè di ogni genere di pericolo che si possa incontrare in rete, dal sexting – l’abominevole pratica di rendere pubbliche foto scattate in momenti di intimità – alla pedofilia. (Del primo, d’altra parte, possono essere vittime anche gli adulti, a volte con tragiche conseguenze.)

I rischi ci sono, e nessuno intende sminuirli. Ma secondo Emanuela Confalonieri, docente di psicologia dell’adolescenza all’Università Cattolica di Milano, per esempio, «forse oggi si vive la sessualità con maggiore serenità rispetto a qualche decennio fa». In genere, ma non sempre, gli adolescenti hanno esperienze sessuali più precoci, anche se non sempre legate all’innamoramento, come se «la prima volta» fosse una sfida. Da una parte dunque, si parla di più di sesso, e dall’altra si tende a farlo con più disinvoltura, magari senza rifletterci più di tanto, senza chiedersi se lo si desidera davvero.

È un problema? Dipende dalla consapevolezza con cui lo si affronta. Da genitori, che magari hanno passato un pomeriggio arrovellandosi su che cosa diavolo volesse dire «limonare», possiamo solo vigilare e metterci a disposizione di figli che dovessero chiedere il nostro conforto. Proibire, ecco, quello no. Per almeno due ragioni. La prima è che l’adolescenza è un’età di scoperta, di noi stessi e del mondo che ci circonda. La seconda è che non c’è niente di meglio che proibire una cosa a un ragazzino per fargliela fare.

L'editoriale del n. 147 di Mente&Cervello,di Marco Cattaneo




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